Verso una ecologia delle intelligenze

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Verso una ecologia delle intelligenze

Nane Cantatore

Pubblicato il 25 Jun 2021

Come ho cercato di dire in precedenza (qui e qui), il tema della nostra convivenza con le intelligenze artificiali si dovrebbe declinare secondo un modello “ecologico”. Ma cos’è un ecosistema?
A tutta prima, sembra un concetto ben chiaro: è un sistema chiuso e ben bilanciato, nel quale ogni specie ha il proprio posto in perfetta armonia con le altre. Una visione senz’altro edificante, ma purtroppo completamente sbagliata. Ogni ecosistema, infatti, è tutt’altro che una realtà idilliaca e pacificata. Al contrario, il suo equilibrio non è altro che la risultante di un’interazione estremamente complessa tra forze continuamente mutevoli e contrastanti. L’esempio classico è quello tra predatori e prede, i cui interessi sono ovviamente conflittuali e che cercano di prosperare ognuno a spese dell’altro. Lo stesso vale a ogni livello del sistema, dai predatori apicali fino alla flora batterica del suolo: ovunque, in ogni ecosistema, si susseguono le catastrofi.

Un equilibrio duraturo perché instabile

A tenere insieme il tutto non è l’armonia degli interessi, ma un vincolo di sistema. Un esempio tipico è quello di un gruppo di predatori ha troppo successo nella caccia, riduce eccessivamente il numero di potenziali prede e viene in seguito ridotto a sua volta dalla scarsità di risorse. Ogni specie agisce, quindi, secondo quello che potremmo chiamare il suo interesse, spesso a danno di altre. Il risultato non è uno stato di benessere condiviso ma, appunto, una sequenza di fasi di espansione e crisi, che ricorda quello dell’economia di mercato priva di regole e controlli. Il meccanismo di controllo, infatti, è molto semplice: ogni volta che una specie si sviluppa fino a essere insostenibile, entra in crisi e subisce un crollo. Esattamente come nel caso delle bolle economiche, assistiamo a dei fenomeni di crescita insostenibile che generano delle crisi.

Quando, come nel caso del riscaldamento globale, la specie che mette a rischio l’equilibrio del sistema persiste nel suo comportamento, il sistema stesso viene alterato radicalmente. Perché la questione ambientale ha questo di peculiare: se continuiamo a far danno, il pianeta potrà diventare inabitabile per noi, ma non per altre specie che saranno in grado di prosperare nel deserto che avremo lasciato. Da qui nasce la necessità di sviluppare una nuova consapevolezza della portata delle nostre azioni: per quanto possiamo essere potenti e sentirci al riparo dalle conseguenze dell’insostenibilità dei nostri comportamenti, in realtà abbiamo semplicemente ingrandito la scala delle alterazioni che possiamo produrre, ma restiamo sempre all’interno di un vincolo di sostenibilità.

La necessità della consapevolezza

Questa nuova consapevolezza significa, per noi, interiorizzare le esternalità, come mi è capitato di dire altrove. In altre parole, dobbiamo essere in grado di sottoporre la nostra azione a un vincolo di controllo che governi il ciclo di espansione e crisi in modo da renderlo sostenibile. Anche qui, l’analogia tra ecologia ed economia è molto forte: proprio come il welfare state e le politiche industriali indirizzano lo sviluppo, lo distribuiscono e ammortizzano le crisi, così la sostenibilità ambientale diventa un parametro chiave per i nostri comportamenti come specie.

D’accordo, ma cosa c’entrano le AI? In realtà, c’entrano moltissimo, in due sensi.

In primo luogo, perché rendendoci conto che sono intelligenze di un’altra specie possiamo sapere cosa le fa funzionare e sviluppare al meglio, in che modo tendono a espandersi e quanto possono esserci utili. Ecco perché, per governare il futuro, anzi, già il presente delle AI le regole e il governo dei processi sono importanti quanto lo sviluppo tecnologico. Da questo punto di vista, sembra che il quadro strategico della Commissione europea vada nel verso giusto. Questo è un tema di importanza primaria, a cui dedicheremo ulteriori approfondimenti. Per il momento, vorrei limitarmi a indicare un principio chiave: noi umani dobbiamo avere presente, con la massima chiarezza, le condizioni a cui lo sviluppo delle intelligenze artificiali è sostenibile per il nostro ecosistema sociale.

Una nuova specie intelligente

In secondo luogo, le AI possono fare moltissimo per incrementare la nostra consapevolezza. Come ogni altro utensile sviluppato dall’uomo, sono delle estensioni delle nostre capacità: di memoria, di calcolo e di analisi delle informazioni. Sono, quindi, strumenti irrinunciabili per gestire e governare la complessità, in primo luogo quella ambientale. Le AI sono una risorsa chiave se vogliamo produrre energia pulita e distribuirla in modo efficiente, programmare gli ambienti urbani e i movimenti al loro interno, valutare l’impatto ambientale di cicli estremamente complessi e mille altre cose. Possono aiutarci a comprendere meglio le nostre decisioni e la loro portata. Possono, soprattutto, farci sviluppare un nuovo modello di convivenza.

Perché le AI sono un’altra specie nel nostro ambiente. Come ogni specie, il loro comportamento non è quello di un soggetto dotato di una propria volontà: nemmeno la specie umana è un soggetto reale, lo siamo tutti noi che ne facciamo parte, ognuno per conto suo. Il comportamento di una specie, anche della nostra, consiste nel tentativo di realizzare quelle che possiamo chiamare delle condizioni di prosperità. In altre parole, di consumare le risorse di cui ha bisogno per permettere agli individui che ne fanno parte di svilupparsi e riprodursi. La risorsa fondamentale di cui hanno bisogno le AI sono le informazioni: controllando quante e quali diamo loro in pasto, possiamo regolarne il funzionamento. Così, le intelligenze artificiali sono, per noi, una nuova risorsa e una nuova responsabilità, un’altra specie di cui prenderci cura.

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Sono Michele Laurelli, fondatore di Algoretico. Quello che hai letto è solo una piccola parte di ciò che facciamo. Curioso di scoprire di più?

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