Tempi (ancora più) moderni

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Tempi (ancora più) moderni

Nane Cantatore

Pubblicato il 8 Jul 2021

Parlare di industria è quasi fuori moda: basta la parola e si pensa subito a ciminiere fumanti, catene di montaggio, storie novecentesche di sfruttamento e di lotta. Oppure, se si è un po’ più aggiornati, agli sweatshop del Terzo Mondo, in cui fabbriche gigantesche sfornano prodotti di massa, con salari bassi e impatto ambientale insostenibile. Insomma, il mantra ricorrente è che l’industria è roba vecchia, superata e che il futuro è, semmai, dei servizi.

Le cose, però, non stanno esattamente così. Basta un giro su Wikipedia per rendersene conto. L’industria conta per il 30 per cento del PIL mondiale (dati del 2017); la Cina, che comunque sta ancora attraversando il più grande boom economico della storia umana, ha un’economia basata al 40,5 per cento sull’industria. Poco più indietro il Giappone, con il 30,1, mentre la Germania, paese egemone dell’economia europea, è addirittura al 30,7. Anche i Paesi scandinavi vedono una quota industriale del PIL tra il 28,2 per cento della Finlandia e il 33,7 della Norvegia, mentre un altro colosso della tecnologia, la Corea del Sud, arriva al 39,3. Insomma, quasi tutti i paesi economicamente più forti e capaci di innovazione hanno un tasso di innovazione superiore alla media mondiale.

Questo dato, da solo, è significativo fino a un certo punto: ci sono (almeno) due tipi di industria. Una è quella “povera”, fatta di lavorazioni a basso valore aggiunto, con lavoratori poco formati e a basso costo, che si è in gran parte trasferita nel Terzo Mondo, per sfruttare i costi minori e inquinare liberamente. Qui è esemplare il caso di alcuni Paesi africani, in cui sono state trasferite molte lavorazioni cinesi a basso costo, ormai insostenibili proprio perché il paese del Dragone ne è “cresciuto fuori”. Così, per esempio, l’Angola è diventata il paese più industrializzato del mondo, con il 61,4 per cento del PIL.

L’altra invece è quella ricca: l’industria ad alto valore aggiunto, con una forza lavoro qualificata, ad alto tasso di innovazione e automatizzazione e spesso anche più sostenibile in termini ambientali. I Paesi più sviluppati che hanno mantenuto un tasso elevato produzione industriale sono i protagonisti di questa versione ricca. Ciò significa anche che si trovano alla frontiera dell’innovazione, visto che sono in grado di realizzare prodotti sofisticati, fare i grandi investimenti necessari, programmare lo sviluppo economico e gestire filiere sempre più complesse. Per questo, come abbiamo visto nell’articolo su auto e mobilità, è in questi Paesi e nelle loro industrie che si definisce il nostro prossimo futuro.

Ed è per questo che è così importante parlare della cosiddetta industria 4.0. La quarta rivoluzione industriale, dopo quelle della manifattura, del carbone e del petrolio, è definita da un elemento centrale, in questo caso la digitalizzazione. Questo significa molte cose:

  • tutto il ciclo produttivo è governato dai dati, ottimizzando i tempi e i costi di lavorazione;
  • la robotica industriale fa ulteriori passi avanti, con l’introduzione di AI in grado di apprendere e migliorare i processi produttivi e di interagire direttamente con i lavoratori umani, in piena sicurezza;
  • i diversi impianti sono integrati in un modello digitale che trasferisce l’ottimizzazione del ciclo di produzione in tutta la filiera, assistito da AI gestionali;
  • vengono introdotte nuove tecniche di produzione, come la stampa 3D;
  • la gestione delle forniture e dell’energia è direttamente integrata nella produzione.

E questi sono solo i cosiddetti aspetti di processo, che riguardano il modo in cui avviene la produzione. Ma la vera innovazione è quella di prodotto, a sua volta possibile, almeno su larga scala, in presenza di processi evoluti. Qui possiamo già assistere a diversi cambiamenti strutturali. I prodotti della nuova industria saranno, e in parte sono già:

  • in continua evoluzione: una volta usciti dalla fabbrica, entrano in un ciclo di assistenza e aggiornamento che non si limita a ripararli ma li porta allo standard più evoluto, come avviene con il software. Ciò è possibile perché l’industria non è più chiusa nella fabbrica, ma è distribuita in tutta la rete di assistenza;
  • integrati in rete: la IoT (Internet of Things) fa già parte dei prodotti industriali, che sono in grado di dialogare con altri sistemi;
  • autonomi, almeno per alcuni processi, come la diagnostica di funzionamento, la gestione dell’energia e diverse funzioni programmabili o gestite direttamente;
  • condivisi, anche in termini di proprietà e di uso. L’integrazione dei diversi dispositivi in una rete capace di determinarne con esattezza le condizioni, lo stato e la posizione permette di metterli a disposizione di diversi utenti.

Molti di questi punti indicano una direzione chiara: meno prodotti, di maggiore qualità e che durano più a lungo, consumando meno energia e risorse. Un chiaro esempio di come digitalizzazione e sostenibilità siano convergenti. Insomma, l’industria è oggi il terreno decisivo dell’innovazione, su cui si gioca il futuro delle nostre società e la possibilità di risolvere la crisi ambientale. Un terreno in cui l’Italia ha ancora molto da fare, nonostante gli ultimi decenni abbiano visto la nostra industria perdere un treno dopo l’altro. Questo è troppo importante per lasciarcelo sfuggire.

Sono felice di vederti qui!

Sono Michele Laurelli, fondatore di Algoretico. Quello che hai letto è solo una piccola parte di ciò che facciamo. Curioso di scoprire di più?

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