SI PUÒ FARE?

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SI PUÒ FARE?

Arianna Bonino

Pubblicato il 22 Aug 2021

Sarò breve, considerando che ho una pila di pratiche da sbrigare, scartoffie da sistemare, varie ed eventuali sempre uguali che mi attendono accattivanti come una sequenza di vuoti d’aria in alta quota + economy class. E infatti certe volte butterei tutto all’aria, ma tanto non cambierebbe niente… mi ritroverei punto e a capo con la stessa pila di pratiche da smarcare, magari non le stesse, ma comunque sempre quelle.

Frustrante, ma, d’altronde, lo diceva anche Omero:

“… Quale delle foglie,
tale è la stirpe degli umani. Il vento
brumal le sparge a terra, e le ricrea
la germogliante selva a primavera.
Così l’uom nasce, così muor.”

  • Certo, qualche diversivo c’è… Proprio un paio di giorni fa, è arrivata una notizia esplosiva che, guarda un po’, ha a che fare con il ricorrente Elon Musk. Che piaccia o no, lui non lascia il tempo che trova. Adesso pare che ci sorprenda con una “nuova novità” rivoluzionaria.

In ogni caso io, fossi in Elon Musk - tra le altre cose che mi divertirei a fargli fare -, gli farei cambiare il nome di questo suo ultimogenito, anche perchè in realtà non lo ha ancora partorito, siamo in tempo.
Si tratta del “Tesla Bot” (di cui ho visto qui):

  • bisogna dire che fantasia ne ha, il nostro Elon, ma vince comunque sempre quel pizzico di autoreferenzialità traslata, come noto appunto dal nome prescelto-.

Pare si tratterà di un robot e che l’idea sia impiegarlo per fargli fare cose che normalmente e per il momento si devono sobbarcare i comuni mortali: lavori pericolosi, noiosi, faticosi.
Perché il suddetto bot sia in grado di fare il tutto, senza l’effetto alienante che affligge invece l’umana specie sottoposta a tale supplizio, dovrà essere dotato di diverse facoltà e poteri, sempre governati da quell’intelligenza artificiale che dilaga. Insomma, appare del tutto evidente che il nome perfetto non sia tanto Tesla Bot, quanto piuttosto un altro e precisamente “Sisyphus Bot”, con buona pace della vanità del mirabolante visionario.

So perfettamente di non essere la prima (e credo nemmeno l’ultima) a scomodare il già provato Sisifo per parlare di lavoro. È che il mito si presta in modo perfetto al discorso - e non solo-, considerando che il nostro eroe, scaltro forse più d’ogni altro, riuscì nell’audace impresa di farsi donare una fonte perenne in cambio di segrete informazioni riguardo la condotta amorosa addirittura di Zeus - chercez la femme, inutile dirlo-. Ma soprattutto, ancor più scaltro fu nello sfuggire alla Morte. Certo, tutte queste gherminelle gli costarono il tremendo e perenne castigo dell’inutile fatica senza fine a cui fu condannato, ed è proprio questo il punto: una ripetizione interminabile, sfiancante e improduttiva di azioni sempre uguali a se stesse, la prigione di un tempo che si ripete identico, quella ciclicità che infatti ha il suo modello naturale nei tempi degli astri e in particolare del Sole. Non è forse quel pietrone che faticosamente Sisifo rotola e trascina proprio l’immagine del disco solare che, raggiunto il punto più alto al solstizio d’estate, toccando il cielo, da lì discende nuovamente la china e così ancora dopo il solstizio d’inverno?

Sisifo, un nuovo modello prometeico: entrambi condannati alla morte sacrificale di un tempo che nega ogni progresso.

Perché questa è la pena: non solo la fatica, ma la ciclicità del tempo.

Questa descrizione a me suona molto attuale. E lo è da un po’, da quando il lavoro è fare quella cosa, sempre quella e non vedere una differenza in quel che si deve fare: l’eterno ritorno dell’identico che passa sotto gli occhi, sotto le mani, nella mente, ben diverso da quanto accadeva all’artigiano, che invece nella modellazione di qualcosa vedeva la progressione, il divenire, il nuovo che si creava, il risultato, e procedeva mai come prima, al contrario della coazione a ripetere del moderno fare.

Sisifo è privato del tempo, questa è la maledizione eterna.
E senza la linearità del tempo, non c’è modo di misurare né un progredire, né un progresso.

Ecco, noi: i lavori nostri, tutti Sisifi impegnati senza tempo sul pezzo da montare, reale o digitale che sia, senza la sensazione di un senso, o meglio, con la sensazione di un “non-sense”… “e così il cervello a poco a poco se ne scappa”, ci diceva in modo esemplare Petri, nell’inevitabile “La classe operaia va in Paradiso”:

Cosa si diventa? Una bestia? No, piuttosto, una macchina: “Io sono una macchina, io sono una puleggia, io sono un bullone, io sono una vite, io sono una cinta di trasmissione…”

Petri e Musk senza dubbio avranno letto Karel Čapek, in particolare quel “mitico” “RUR” (Rossum’s Universal Robots, qui il testo integrale: http://preprints.readingroo.ms/RUR/rur.pdf) dove si capisce chiaramente come risolvere il problema di quella che potrei ribattezzare “Sisyphus Syndrome”:

«Il vecchio Rossum, grande filosofo, […] cercò di imitare con una sintesi chimica la sostanza viva detta protoplasma finché un bel giorno scoprì una sostanza il cui comportamento era del tutto uguale a quello della sostanza viva sebbene presentasse una differente composizione chimica, era l’anno 1932 […]. poiché non aveva nemmeno un pochino di spirito, si ficcò in testa che avrebbe fabbricato un normale vertebrato,
addirittura l’uomo. […] Doveva essere un uomo, visse tre giorni completi. Il vecchio Rossum non aveva un briciolo di gusto. Quel che fece era terribile. Ma dentro aveva tutto quello che ha un uomo. Davvero, un lavoro proprio da certosino. E allora venne l’ingegner Rossum, il nipote del vecchio. Una testa geniale. Appena vide quel che stava facendo il vecchio, disse: È assurdo fabbricare un uomo in dieci anni. Se non lo fabbricherai più rapidamente della natura, ce ne possiamo benissimo infischiare di tutta questa roba. […] Gli bastò dare un’occhiata all’anatomia per capire subito che si trattava d’una cosa troppo complicata e che un buon ingegnere l’avrebbe realizzata in modo più semplice. […] Quale operaio è migliore dal punto di vista pratico? È quello che costa meno. Quello che ha meno bisogni. Il giovane Rossum inventò l’operaio con il minor numero di bisogni. Dovette semplificarlo. Eliminò tutto quello che non serviva direttamente al lavoro. Insomma, eliminò l’uomo e fabbricò il Robot. »

Ebbene, il novello Sisifo, il robot di ultima generazione, nascerà - se e quando - proprio per rispondere all’esigenza di manlevarci da quei lavori “alienanti”, pericolosi, ripetitivi, frustranti.

Se ci si sofferma a riflettere, oggi come oggi è più nutrita la lista di lavori che rispondono a tali caratteristiche rispetto all’altra, cioè la lista dei lavori gratificanti, stimolanti, progredienti.

Forse allora quell’essere artificiale, comunque lo vogliamo chiamare - e che sia quello partorito dal più famoso miliardario oppure da un miliardario meno noto, ma pur sempre impegnato nel mondo delle AI - forse appunto di quel Sisifo non dovremmo aver così tanta paura, dovremmo smettere di temere che ci soffi il posto di lavoro e, anzi, auspicarlo. Sì, quel lavoro non lo avremmo più, così finalmente potremo farne un altro, uno davvero nuovo.
Si farebbe spazio - e tempo - per un nuovo tipo di lavoro, non più alla Sisifo: lavori diversi, lavori che per esistere dovranno avere un senso. E darcelo, che poi è come dire permetterci di sentire che l’oggi non è come ieri, che l’oggi è qualcosa di più di ieri.

In ogni caso, come vedevo in tv, mal che vada, teniamo presente che il Tesla Bot è fisicamente quasi inoffensivo: 1,75 p 56 kg di peso…più o meno come me… non può essere un pericolo.

Inoffensivo, no? Quasi…

Sono felice di vederti qui!

Sono Michele Laurelli, fondatore di Algoretico. Quello che hai letto è solo una piccola parte di ciò che facciamo. Curioso di scoprire di più?

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