Se una notte d'estate un traduttore

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Se una notte d'estate un traduttore

Arianna Bonino

Pubblicato il 27 Jun 2021

3 Agosto 1546, Parigi, piazza Maubert. In quella data, in quel luogo, saliva al patibolo l’umanista e traduttore Étienne Dolet, che in quel giorno d’estate di quasi cinquecento anni fa, dava l’estremo saluto al mondo per essere poi impiccato e quindi arso sul rogo. Due anni prima, la Facoltà di Teologia di Parigi aveva incriminato Dolet di blasfemia per la traduzione di una frase dell’Assioco pseudo-platonico. La frase originale, è questa: “σύ γάρ οὐκ ἔσει” che in italiano sarebbe, letteralmente: “dopo [la morte] non sarai più”. Il punto è che invece Dolet tradusse ”après la mort tu ne seras rien du tout“ e cioè “dopo la morte non sarai più assolutamente nulla”. Questa “forzatura” nella traduzione portò all’accusa di blasfemia, a maggior ragione perché sia Dolet che i suoi accusatori consideravano l’Assioco un testo autentico di Platone e pertanto tale traduzione (una delle prime in lingua moderna) assumeva una gravità determinante, perché ammetterla significava attribuire a Platone (e a Socrate) l’idea che l’anima non fosse immortale. Si potrebbe pensare che Dolet pagò troppo caro un errore di traduzione. Che si sia trattato di un errore però non è la spiegazione più logica, se ci si documenta un minimo sulla vita e le opere di Dolet, che appunto si prestano a ricchi approfondimenti. Nell’ambito della mia riflessione odierna però Dolet si è materializzato per pormi una “semplice” e diretta domanda, questa: “che cos’è una traduzione?”.

Si potrebbe obiettare che la domanda è mal posta. O meglio, incompleta. Questo forse è vero, dato che soggetto e oggetto dell’operazione incidono sull’operazione stessa e quindi andrebbero precisati. In particolare se i traduttori sono da una parte un essere umano, e dall’altra uno artificiale, uno come i tanti traduttori che tutti utilizziamo con frequenza impressionante e che rispondono al nome di Google Translate o simili, spesso integrati in altri sistemi, in modo da offrire immediatamente, simultaneamente, il testo scritto (e anche quello pronunciato, talvolta) in una lingua diversa da quella in cui è stato prodotto in origine.

Che una traduzione sia affidata ad uno strumento di AI e non a una persona umana genera una differenza sostanziale nel processo.

In poche parole, se chi traduce è un essere umano (competente e in buona fede - questo è l’auspicio), “tradurre” un testo significherà svolgere un’operazione di analisi linguistica, semantica, lessicale e culturale, essendo ovvio che la mera traduzione letterale non ha valore e anzi, rischia di essere inutile, se non dannosa, ai fini di restituire fedelmente l’originale.

È evidente che la traduzione non è più un’attività “artigianale”, come accadeva anticamente, quando il traduttore era una figura “invisibile” e “di servizio”. La traduzione è centrale nella comunicazione interculturale e si pone come attività dove si fondono lingua e cultura.

Quando la traduzione passa attraverso le mani non di un essere umano, bensì di un’AI, è indispensabile capire cosa accada e anche utile riflettere su quanto le AI siano in grado di contribuire certamente alla traduzione di testi, considerata l’enorme e imparagonabile rapidità con cui sono in grado di svolgere determinati processi, che si paleseranno anche quali “esternalità” e conseguenze ulteriori -e spesso imprevedibili- dell’azione “trans-ducente” delle AI.

Quindi nel caso dell’AI il processo non ricalca quello dell’essere umano.

Un conto è un Dolet in carne e ossa che prende un testo e lo traduce (più o meno in “buona fede”), un conto è Google Translate. I due ottengono un prodotto facendo azioni diverse, anche se il termine è uno per entrambi: traducono.

Ecco, Google Translate: un servizio di traduzione automatica che nasce nell’aprile del 2006 e al quale centinaia di milioni di utenti ricorrono quotidianamente. Garantisce traduzioni in ben oltre 100 lingue. Per ora pare peraltro che non abbia causato licenziamenti in massa di traduttori umani specializzati. Intanto, c’è da precisare che Google Translate non nasce con lo scopo o con la velleità di offrire una traduzione di tipo professionale, ma piuttosto con quello di soddisfare un’esigenza più basica, come da subito comunicava Barak Turovsky (Director of Product, Google AI) .

Google Translate lavora combinando sistemi di apprendimento automatico e di AI e quindi, a differenza di quanto fa un traduttore professionale umano, opera su base statistica: quello che restituisce è il prodotto di un incrocio di informazioni e cioè di testi che sono già stati scritti e tradotti e a cui il sistema di AI di Google Translate ricorre. Il punto di partenza è la Machine Translation, il cui lavoro è l’analisi, tramite scansione, di milioni e milioni di testi presenti sul web e che sono già stati tradotti (prevalentemente provenienti dall’Onu e dai Parlamenti, quindi fonti istituzionali dove i documenti sono generati in lingue differenti). Gli algoritmi della Machine Translation sono in grado di creare schemi che poi il sistema utilizzerà per procedere alle future traduzioni. Tali schemi sono creati dall’AI individuando i campioni statistici più significativi in termini di rapporto tra traduzione e testo originale.

In poche parole, Google Translate sa cosa deve fare e come, ma non capisce il senso di quello che traduce. Quindi, non ha sbagliato assolutamente niente in questo caso:

Non ha sbagliato, come si potrebbe invece dire di un professionista in carne e ossa impreparato o distratto; e nemmeno possiamo dire che abbia voglia di uno sciroppo dissetante o sia un gran burlone, perché non l’ha “fatto apposta” a tradurre “Menta” con “Mint” e non con “Lie”.

L’AI quando traduce, semplicemente lo fa, perché è il “come” lo fa che comporta il “cosa”, il prodotto che ne risulta.

E non basta. Anche la lingua di partenza incide moltissimo sul grado di fedeltà all’originale che può essere garantito dai sistemi di traduzione AI. L’italiano, per esempio, non è facilmente traducibile con un sistema a base statistica, senza un criterio di tipo “grammaticale”; per non parlare di quanto accade quando il “trasporto” debba avvenire tra lingue che non condividono lo stesso alfabeto, con l’aggravante magari di trovarsi alle prese con lingue di cui la Machine Translation non ha modo di scansionare un numero significativo di testi in base ai quali creare statisticamente gli schemi a cui ricorrere poi per le traduzioni: oltre all’inglese, al tedesco, all’italiano e tutte le altre che sovvengono nell’immediato quando si parla di lingue straniere, esistono anche le lingue rare. Insomma, certo se, andando in vacanza m’innamorassi di un aitante giovanotto che parla e scrive solo il Chamicuro, non so quanto potrebbe andare avanti a distanza il nostro amore, se dovessi affidarmi esclusivamente a Google per tradurre le sue interminabili lettere piene di passione (sempre che si tratti di passione, se appunto la traduzione è fedele).

I problemi, o meglio, le variabili non sono ancora terminate. Sento il dovere di considerarne almeno ancora una, fondamentale: il tipo di testo: sto pensando ora alla differenza tra la traduzione di un testo di prosa rispetto alla traduzione di un testo di poesia.

A proposito di poesia e di traduzione, è recentissimo l’esperimento a cui è stato sottoposto una nota lirica di Montale. L’idea è di Bernardo Pacini, poeta, e, tra le altre cose tutte interessanti, caporedattore di lay0ut magazine.

Pacini ha fatto qualcosa di molto interessante che probabilmente scaturisce dalla sua pregevole attività di traduzione di poesia, altra cosa a cui si dedica, con nostro diletto. Quello che ha fatto mi ha molto incuriosita. Ho letto il resoconto del suo esperimento (lo trovate qui) e non ho potuto fare a meno di rimanere colpita da quello che ne è venuto fuori. L’ho contattato per complimentarmi per questa bizzarra iniziativa e ho avuto modo di scambiare due parole con lui e ne è nata una mini intervista, che mi pare decisamente significativa per avvalorare questa digressione. Ecco cosa ci siamo detti:

Bernardo, è di recentissima pubblicazione sulle pagine di lay0ut magazine il tuo stimolante “resoconto” dell’esperimento di traduzione di Montale, che vi ha visto sottoporre “Nuove Stanze” a Google Translate, con risultati stupefacenti: come è nata questo progetto e con quali obiettivi?

Il mio esperimento ha il nome di Poesia tramortita, e può essere definito come un rifacimento contemporaneo del noto progetto di Maria Corti del 1978, Poesia travestita, nato da un desiderio di Eugenio Montale. Al tempo, il poeta chiese alla traduttrice di sottoporre una sua poesia dalle Occasioni, “Nuove Stanze”, a un processo traduttivo a catena: la poesia fu tradotta in arabo e, successivamente, dall’arabo al francese, poi in polacco, in russo, ceco, bulgaro, olandese, tedesco, spagnolo, per tornare infine alla lingua originale, l’italiano. Dall’arabo in poi, il testo sarebbe stato proposto ai traduttori in forma completamente anonima. Il resoconto di questo esperimento fu poi pubblicato da Interlinea nel 1999, corredato da una nota di Maria Corti, una testimonianza del traduttore arabo e un breve studio di Maria Antonietta Terzoli.

Con Poesia tramortita, ho voluto per lay0ut attualizzare questo serissimo gioco letterario: invece che sottoporre il testo a traduttori in carne e ossa, ho deciso di utilizzare Google Translate per mettere alla prova le capacità dell’intelligenza artificiale nella traduzione letteraria. Ne è sortito un testo “alieno”, che ho voluto analizzare con l’impegno filologico che avrei impiegato con un vero testo poetico, al fine di individuare le principali variazioni, i tradimenti, gli smarrimenti di senso, gli errori e le trovate. Infine, ho voluto trarre qualche conclusione a proposito della “coscienza” dell’algoritmo, cercando di giustificare o comprendere le sue scelte più radicali o curiose, problematizzandole.

Quale informazione ritieni la più significativa tra quelle ottenute con questa esperienza, rispetto al dilemma che sempre pone la traduzione di un testo e in particolare di un testo poetico?

Sono state molte le scoperte, ne scelgo una significativa. Dopo il lungo passaggio da una lingua all’altra, l’emistichio “ora è nembo alle tue porte” è diventato “hai già il cloud a portata di mano”.

Il preziosismo lessicale “nembo” è dunque diventato “cloud”: è avvenuta dunque una brusca semplificazione concettuale che ha trasferito il termine dal campo semantico poetico/meteorologico a quello tecnologico/digitale. La traduzione ha reso artificiale una figura complessa, ricercando un valore d’uso “commerciale”: “hai già il cloud a portata di mano” più che un verso sembra la pubblicità di un provider che offre servizi su internet. In generale, il traduttore tende a “economizzare il linguaggio” poetico (parafraso J.C. Hawley), seguendo un criterio funzionalistico e cercando il termine che gli sembra più corretto per un campione medio di utenti a livello globale.

Gli algoritmi per tradurre e in particolare per tradurre poesia: cosa ne avrebbe pensato Montale?

Vista la prospettiva critica che ha scaturito Poesia travestita, mi piace pensare che Montale non si sarebbe sottratto a un esperimento come Poesia tramortita, e che avrebbe guardato alle conclusioni con interesse, senza smettere però il suo risolino ironico e un po’ beffardo. La sua diffidenza verso il processo di traduzione si sarebbe certamente estesa anche verso gli strumenti dell’intelligenza artificiale, e proprio per questa ragione credo che un esperimento come poesia tramortita avrebbe rafforzato le sue convinzioni o, chissà, gli avrebbe fatto scoprire anche qualcosa di nuovo.

E forse adesso posso finalmente rispondere a Dolet che, nella mia immaginazione si era appunto materalizzato per chiedermi: “Cos’è una traduzione?”.

La traduzione è pur sempre un atto di creazione.

E non solo. Perché, se è vero che tradurre è tra–durre, cioè “trasportare” e quindi “trasferire un testo da una lingua in un’altra”, che ha la stessa etimologia a cui risalgono l’inglese “trans–late” e il francese “traduire” e ha lo stesso significato del tedesco “über–setzen” e del russo “perevodit”, si tratta appunto di trasporto, di spostare una cosa da luogo X al luogo Y.
E, come si sa, nel corso di traslochi e trasporti, è facile che qualcosa vada perduto. Ma se qualcosa inevitabilmente si smarrisce (“lost in translation”), forse è anche vero che qualcosa si trova. E così come i processi di traduzione si diversificano profondamente dall’azione svolta dall’essere umano rispetto a quella di un traduttore automatico, anche il fattore “creatività” si connota in modo completamente diverso a seconda che sia dell’essere umano o dell’AI: l’impiego di intelligenza artificiale e algoritmi per ottenere la traduzione di un testo è per sua natura un processo senza limiti di evoluzione e soprattutto ramificazione creativa in altri processi, non tanto in termini di interpretazione del testo, quanto appunto di creazione di altri sistemi di elaborazione del testo. L’AI mentre traduce –per il momento- non interpreta, non contestualizza, non conosce il senso del testo, la sua veridicità, la sua logicità. Questo dato di fatto pone nuove prospettive su quanto potrà fare e sul suo tipo di creatività.

Fortunatamente sono trascorsi quasi cinquecento anni dal giorno in cui in piazza Maubert il povero Dolet passava a miglior vita sul rogo. Chissà, forse lo faceva pensando “après la mort tu ne seras rien du tout”.

Questo potrebbe indurre a credere che sia Pacini che Google Translate posso continuare a fare i loro esperimenti, chi in un modo e chi un altro. Non è una gara, ma un intreccio di approcci e sistemi che si stimolano vicendevolmente e che hanno necessità l’un l’altro. E poi sono passati quasi cinquecento anni, ormai non c’è più pericolo che arrivi una condanna per blasfemia. Almeno, me lo auguro.

Sono felice di vederti qui!

Sono Michele Laurelli, fondatore di Algoretico. Quello che hai letto è solo una piccola parte di ciò che facciamo. Curioso di scoprire di più?

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