PUR CHE PORTI LA GONNELLA (ED IO A FAR LA SENTINELLA)

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PUR CHE PORTI LA GONNELLA (ED IO A FAR LA SENTINELLA)

Arianna Bonino

Pubblicato il 26 Jul 2021

Come vi ho confessato qualche giorno fa qui parlando di droni che esplorano aree diversamente non raggiungibili dallo sguardo, io sono una che da piccola smontava le cose (anche quelle non smontabili…) perché volevo vedere come fossero fatte dentro. Ora, secondo me un altro che ha avuto anche lui un’infanzia difficile è stato Roentgen, quello che poi però da grande ha sistemato le cose, inventando i raggi X. E probabilmente questa storia ha radici genetiche, perché pare che il Roentgen dei raggi X, il più noto, sia discendente di altri Roentgen, che, in tempi non sospetti, facevano cose differenti, ma decisamente interessanti anche loro.

Gli avi di Roentgen - Roentgen anche loro - sono passati alla storia non per aver reso visibile l’interno segreto delle cose, ma per aver costruito segreti invisibili all’interno delle cose.

Dove, quando, come?
Allora, siamo esattamente nel periodo che va dal 1742 all’inizio del 1790, quando i Roentgen creano appunto le loro meraviglie: mobili spettacolari, anche di grandissime dimensioni e soprattutto ricchi di dettagli preziosi e stupefacenti: giganteschi carillon pieni di “complicazioni” e stravaganze fatte per sorprendere e divertire.

I loro progetti includono orologi maestosi che suonano la musica di Christoph Willibald Gluck, ma anche tavoli a più piani per differenti utilizzi e comò intarsiati di decori impressionati, oltre che tavolini multipiano e multiuso, dotati di superfici concepite per giocare a scacchi, a backgammon o a carte. Oggetti che hanno del prodigioso e che solo una mente assolutamente geniale poteva concepire. E altrettanto geniale non poteva che essere il talento nel costruire tali meraviglie.

D’altronde stiamo parlando dei due ebanisti che furono in grado di soddisfare i capricci di Maria Antonietta, che aveva un’impegnativa ed esigentissima platea, quella della corte di Versailles, da lasciare senza fiato con ogni mezzo possibile, mobilia inclusa.

E altrettanto senza fiato si rimane davanti ai capolavori di intagli e ai misteriosi meccanismi che animano scrittoi, scatole e pannelli che i due tedeschi dedicarono alla nobiltà salisburghese.

Abraham Roentgen, nacque nel 1711 vicino a Colonia e si formò nella bottega di ebanisteria di suo padre, da cui si mosse subito dopo per trascorrere sette anni nei Paesi Bassi e poi a Londra, lavorando come artigiano. Quel che si dice uno con le mani d’oro, se non di diamante, stando a quello che riuscivano a fare. A 31 anni aprì la sua bottega a Herrnhaag.

Dalle sue umili origini nel 1742 alla sua chiusura intorno al 1800, dall’azienda Roentgen escono uno dopo l’altro dei veri capolavori ingegneristici inediti e unici, ma anche stilisticamente innovativi e dotati di un’estetica del tutto particolare, ricercata e apprezzata dai sovrani di tutt’Europa.

Certo non fu un percorso semplice, se si considera che la Guerra dei Sette anni scosse quell’Europa centrale dove Roentgen padre e figlio operavano e producevano.

Fu grazie al genio e all’audacia commerciale di David che le sorti dell’impresa scamparono al fallimento, con la sua decisione a un certo punto di affrontare il mercato con l’insolita forma commerciale della lotteria (ma di questo si potrà parlare in altra occasione). David approdò poi alla corte prussiana, il che fu determinante per risollevare le sorti dell’impresa.

C’è un oggetto particolare nella sconfinata e straordinaria produzione Roentgen, un oggetto che incanta, di valore inestimabile e di superba bellezza. Si tratta del Roentgen-Sekretär: è un secretaire in acero riccio e radica di mogano, che presenta intarsi in palissandro, ma anche in legno di melo e gelso. Per realizzarlo sono stati utilizzati anche quercia, pino, ciliegio e cedro; presenta bronzi dorati, smalti, ottoni. E’ un mobile straordinario anche per le grandi dimensioni (359 x 152 x 88 cm). Lo si può ammirare al Museo delle Arti Applicate di Berlino, dove è custodito con massima cura.

E’ comunemente ritenuto il vertice della produzione della bottega Roentgen (e non solo), considerando che è uno scrittoio che presenta molteplici pannelli finemente intarsiati, decori incantevoli, ma soprattutto è dotato di una serie incredibile di “segreti” e cioè di cassetti nascosti che si aprono grazie ad una complicatissima architettura invisibile, fatta di meccanismi, snodi, tiranti e leve, azionate da pulsanti nascosti che, a chi ne conosce l’esatta ubicazione e la sequenza di attivazione, permettono di scoprire ulteriori mondi e meraviglie nascoste agli occhi di chi non possiede le informazioni per schiudere quelle porte o non ricordi la sequenza di azioni da mettere in atto.
Un errore e il meccanismo si ferma, si inceppa, non apre le porte alla teoria sconfinata di ulteriori meraviglie.

E’ questa l’anima del Roentgen-Sekretär

Perché è proprio questo il punto: questo meraviglioso scrittoio non è semplicemente bello, ma è custode di “segreti”.

E un segreto è tale se c’è qualcuno che sa come svelarlo, avendone la chiave di apertura, altrimenti sarebbe un mistero.
Anzi, è una serie di segreti che si svelano uno dopo l’altro, sempre che si segua la corretta sequenza di input che vanno impartiti. E in questo è ormai evidente che si debba riconoscere un algoritmo.
Ma qui c’è di più, perché in questo capolavoro sbagliare anche solo una fase della sequenza significa fermare l’apertura dei segreti, che rimangono ben custoditi, dato che ogni operazione presuppone le precedenti, di cui pertanto si porta dietro la “prova di sicurezza”.

E questa è esattamente la regola di funzionamento della tecnologia Blockchain, che infatti altro non è se non un registro aperto in cui vengono registrate tutte le transazioni che avvengono nella storia di un pacchetto di dati (dalle immagini al denaro).

Ora, il blocco di dati è chiuso e la transazione avviene attraverso un sistema criptato per cui la transazione stessa non può essere più modificata da altri. Questo comporta che ogni transazione sia unica (perché appunto è qualcosa che avviene tra due soggetti specifici e in uno specifico e irripetibile momento): questa transazione viene registrata ed è così che il file assume un’identità sua propria e unica. La Blockchain in questo modo dota così un oggetto digitale di una sua identità propria, universale e unica, proprio perché il registro delle transazioni conserva questa memoria e permette la sua ricostruzione, tal quale la serie sequenziale di meccanismi e azioni del mirabolante secretaire dei Roentgen.

La Blockchain, in altre parole, utilizza una rete informatica di nodi e permette di gestire un registro di dati e informazioni in modo sicuro e univoco, pur se in maniera aperta, condivisa e distribuita e tutto ciò senza dover ricorrere ad un’entità centrale di controllo e verifica, il che significa che la Blockchain, permette potenzialmente di bypassare l’intermediazione (e la centralizzazione) che fino ad ora ha contraddistinto il sistema, implicando e richiedendo l’impiego, tra gli altri, di istituzioni finanziarie, notai e banche.

Se infatti nei cosiddetti Distributed Database è vero che ciascuno dei nodi che possiedono una copia del database può consultarlo, per farlo deve appunto passare da un ente centrale o da più soggetti validatori; invece con la Blockchain, che si inquadra nei sistemi di di Distributed Ledger, i nodi possono operare modifiche al registro, modifiche che vengono regolate tramite algoritmi di consenso, i quali appunto permettono aggiornamenti indipendenti da parte di ciascun partecipante della rete, perché garantiscono il consenso tra le varie versioni del registro. È evidente che tutto ciò è possibile grazie all’ampio impiego della crittografia nel sistema di Blockchain.
Nella Blockchain il registro è fatto appunto come una catena di blocchi ciascuno dei quali contiene più transazioni: è la crittografia a concatenare i blocchi tra loro (ed è questo ciò che accade, ad esempio, nella piattaforma Bitcoin).

Crittografie: scritture convenzionali segrete, decifrabili soltanto da chi sia a conoscenza del codice, da chi possegga la chiave.

Una catena di segreti, che si dispiega e si svela e porta con sé la storia di tutte le storie che l’hanno preceduta.

La Blockchain è un novello Leporello, allora, quella fisarmonica cartacea che, a saperla dischiudere, svela e tiene memoria delle innumerevoli e numerabili conquiste amorose di Don Giovanni. Una lista scottante, che il segretario galante del seduttore per antonomasia porta con sé e di cui conosce l’indispensabile tecnica di apertura, in grado di svelare all’occorrenza l’impressionante cascata di dati e, a patto di conoscerne la tecnica di manutenzione e gestione, di ripiegarsi e diventare nuovamente custode di inconfessabili segreti:

“Guardate
questo non picciol libro: è tutto pieno
dei nomi di sue belle.
Ogni villa, ogni borgo, ogni paese
è testimon di sue donnesche imprese”.

Sono felice di vederti qui!

Sono Michele Laurelli, fondatore di Algoretico. Quello che hai letto è solo una piccola parte di ciò che facciamo. Curioso di scoprire di più?

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