Oltre l'infosfera: una realtà mista.

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Oltre l'infosfera: una realtà mista.

Michele Laurelli

Pubblicato il 19 Jul 2021

“Una tecnologia davvero avanzata non è indistinguibile dalla magia, ma dalla realtà abituale, da quel mondo di banali certezze in cui ci muoviamo senza farci caso.”

Queste parole sono di Nane Cantatore e si trovano nell’introduzione al mio primo libro (se vi interessa, lo trovate qui).

Nane risponde ad una citazione di Arthur C. Clarke, che dice che “qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”.

Seppur in poche parole, il concetto espresso è molto articolato: non è vero che la reazione della società ad un grande cambiamento è stupore, meraviglia, incredulità. Certo, i più appassionati proveranno queste emozioni guardando l’annuncio dell’ultimo prodotto dei big della tecnologia, ma non è questo il punto. Le tecnologie che funzionano sono quelle che penetrano in modo relativamente lento ma efficace nelle nostre vite e nella nostra quotidianità e, soprattutto, non ce ne accorgiamo se non prestiamo attenzione.

Facciamo un esempio.

Secondo una ricerca di TechCrunch che ha raccolto i dati di tutte le piattaforme (aggiornata a settembre 2020), si stima che gli utenti degli assistenti vocali siano oltre 2 miliardi. Va notato che stiamo parlando solo di quelli attivi, cioè che lo usano almeno una volta al mese.

A onor del vero, bisogna dire che in questa statistica io figurerei due volte: sono un utente attivo sia di Siri che di Google (uso un iPhone e a casa ho Google Home), ma comunque credo che la dimensione dei numeri fornisca il giusto contesto.

Questi numeri ci raccontano molte cose: non sono solo gli utenti giovani ad usarlo, non sono solo gli “smanettoni” e di certo non è un uso sporadico. Al contrario: l’assistente vocale è una presenza consolidata nella nostra realtà, al punto da sembrare normale.

Tre anni fa, quando ho comprato il Google Home e ci ho collegato le lampadine smart, il termostato e un paio di altre diavolerie, effettivamente sembrava una cosa molto cool, la reazione di solito era di stupore e qualche ospite mi chiedeva di spiegarne il funzionamento. Oggi, invece, passa quasi inosservato.

L’inserimento di uno strumento di questo tipo ci racconta come l’intelligenza artificiale sia penetrata all’interno delle nostre vite e della nostra società, senza che questo ci desti particolare sgomento.

Qualche anno fa Luciano Floridi era riuscito a formalizzare teoricamente questo particolare fenomeno. Successivamente, su suggerimento di una cara amica, avevo avuto il grande piacere di conoscere e di intervistare Floridi (l’intervista la trovate come appendice al mio libro, sempre qui).

Luciano Floridi, professore ordinario di filosofia ed etica dell’informazione presso l'Oxford Internet Institute dell’Università di Oxford, dove è direttore del Digital Ethics Lab, nonché professore di Sociologia della comunicazione presso l'Università di Bologna, in una serie di quattro volumi spiega la teoria dell’infosfera, ovvero la realtà articolata dove la nostra società vive: non esiste più, infatti, una separazione tra la vita online e quella offline. Tutto è unito, in un’unica, grande, infosfera.

Questo, mi permetto di aggiungere, in barba alle aziende che ancora pensano di avere due mercati di riferimento: online e offline.

Mentre però noi ci affanniamo a raccontare questa visione del mondo per evitare che un imprenditore si schianti contro un muro pensando che le recensioni sui gruppi Facebook non lo riguardino, c’è una nuova realtà di cui dovremmo tenere conto.

Algoretico, come saprete, realizza soluzioni software (e hardware) ad alto contenuto tecnologico. Significa, in buona sostanza, che quello che facciamo è realizzare soluzioni che rientrano nella categoria “immaginazione”, “sogni” e che un po’ di stupore di solito lo generano.

Tra queste, due in particolare hanno molto a che vedere con il modo in cui viviamo la nostra realtà: si chiamano, infatti, realtà aumentata e realtà virtuale.

La realtà aumentata è quella che abbiamo vissuto con Pokemon Go: attraverso uno dei nostri dispositivi già in nostro possesso, inquadriamo la realtà che i nostri occhi vedono e la “aumentiamo”, vedendoci dentro qualcosa che altrimenti non ci sarebbe: un Pokemon, appunto. Possiamo anche interagire, infatti lo scopo del gioco era proprio acchiapparli appena visti.

La realtà virtuale invece è tutta un’altra cosa: ho bisogno di un visore, ovvero un macchinario che mi metto davanti agli occhi e vedo un mondo diverso. Posso muovermi, girare la testa e trovarmi sulla punta dell’Everest o dentro un combattimento all’ultimo sangue - sempre ben saldo nel salotto di casa mia.

Perché vi parlo di questo? Perché realtà aumentata e realtà virtuale insieme formano una categoria dal nome emblematico: realtà mista.

Per molti di noi questa realtà mista si manifesta come un giochino molto coinvolgente: lo indosso, ci gioco e poi spengo e metto via. O, ancora più frequente, uso questa tecnologia come un buffo passatempo: Ikea, ad esempio, offre quest’app per far “provare” i loro mobili in casa prima di comprali. Provate: è un’esperienza carina.

Ma per altri non è solo un passatempo, è qualcosa in più.

Tutti conosciamo Facebook il social network, ma non tutti però sanno che il gruppo Facebook, include all’interno, oltre a Whatsapp e Instagram, anche Oculus, una delle più grandi aziende al mondo di realtà virtuale.

Come molti marchi del social newtwork, Oculus non è nato in casa Facebook: per la modica cifra di 2,3 miliardi di dollari, Facebook ha acquistato il brand nel marzo 2014. Questo forte interesse che spinge un’azienda a spendere il PIL di un paese africano per comprarne un’altra, non è soltanto legato ad una tecnologia spettacolare, ma ad una visione molto precisa: il mondo, secondo Facebook, vedrà una seconda versione di se stessa nascere all’interno di un mondo davvero virtuale .

Infatti, nel corso del tempo, gli strumenti messi a disposizione da Facebook sono molti e tutti social: ce ne si rende conto il primo momento che si indossa, ad esempio, Oculus Quest 2, l’ultimo uscito. Attorno a noi si crea un mondo di altri utenti, con corpi che sembrano reali e interazioni che fanno davvero pensare, per un momento, di essere lì.

Anche se per molti assume la forma di un gioco, di un passatempo e, a volte, anche di una comoda utility professionale, per altri (spesso più giovani) la percezione netta è che questa seconda realtà esista, questa bolla virtuale dove non solo partecipo, ma risiedo. Ad esempio, una marea di software cresce all’interno dell’universo Oculus per portare il lavoro in quel luogo: riunioni in presenza “virtuale”, postazioni di lavoro e mille altri strumenti diventano a questo punto naturale sviluppo di una realtà alternativa.

Quello di realtà mista è un concetto importante: ci racconta che la nostra realtà non è più sufficiente e, quindi, ci aggiungiamo degli elementi. A partire da quello che conosciamo, costruiamo quello che pensiamo ci manchi. In un libro molto bello M. O’Connell, agnostico digitale convinto, racconta il suo viaggio alla scoperta di chi, questa realtà mista, la disegna e la governa, ovvero chi crede che il corpo umano (cervello incluso) sia migliorabile e, quindi, da migliorare - ovvero i transumanisti.

All’infosfera, che abbiamo citato superficialmente più sopra, si aggiunge quindi una nuova sfera, un luogo quasi del tutto estraneo al nostro mondo ma senza le regole di una normale società. Libero e ancora selvaggio.

Se il caro Nane ha ragione, cosa che credo, lentamente la realtà mista sarà sempre più presente nelle nostre vite e, non è escluso, diventi una delle nostre vite principali.

E io che mi ero appena abituato allo smart working.

Sono felice di vederti qui!

Sono Michele Laurelli, fondatore di Algoretico. Quello che hai letto è solo una piccola parte di ciò che facciamo. Curioso di scoprire di più?

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