Mappa, territorio, luogo

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Mappa, territorio, luogo

Nane Cantatore

Pubblicato il 29 Jun 2021

Ho cercato, nel pezzo precedente, di indicare alcuni aspetti chiave del funzionamento di un ecosistema. Adesso vorrei prendere in considerazione un altro elemento, a prima vista ovvio; ma sappiamo che spesso proprio le cose ovvie sono quelle decisive.

L’ovvietà è presto detta: ogni ecosistema è definito da un territorio. Lo ritroviamo nell’etimologia: alla radice c’è la parola οἶκος, che in greco significa appunto casa, famiglia. Il luogo in cui si abita e il nucleo di viventi e relazioni che lo abita, il territorio inteso non come mero spazio vuoto ma, appunto, come posto abitato. Per inciso, è la stessa radice della parola economia, che in origine (come nell’omonimo trattato di Aristotele) indica l’amministrazione delle risorse familiari, domestiche.

Questo luogo al quale apparteniamo è, si potrebbe dire, il centro stesso della riflessione umana dai suoi albori fino a oggi (ne parla in modo molto efficace Franco Farinelli). È all’interno di questo spazio che abitiamo prima di cominciare a pensare, che si svolge ogni nostro pensiero e azione. Vale per la storia di ogni individuo (ontogenesi), in cui passiamo dall’esplorare l’ambiente in cui ci troviamo e le relazioni con chi lo abita insieme a noi. Vale ancor più per la storia della nostra specie (filogenesi), che è sempre riconducibile al modo in cui abitiamo e trasformiamo il nostro territorio, il nostro ambiente.

La mappa necessaria

Perciò ogni storia, per essere raccontata, ha bisogno di una mappa. La storia delle nazioni e delle civiltà, con il suo avvicendarsi di espansioni, conquiste e colonizzazioni, certo. Ma anche le mille storie che si raccontano, dai grandi romanzi epici alle sperimentazioni letterarie, che sono sempre una messa in scena di azioni in uno spazio, per quanto immaginario. E anche i racconti della vita di tutti i giorni, perfino i resoconti della cronaca o le relazioni aziendali, sono sempre storie che avvengono su una mappa. Lo stesso vale, con forzature tutto sommato accettabili, per i sistemi teorici e persino per le scienze, che disegnano percorsi su mappe concettuali. Per non parlare delle arti figurative, che sono veri e propri allestimenti di spazi ordinati, territori abitati dalle forme e dai loro significati. Persino la musica, che annulla spazio ed è movimento puro nel tempo (l’io è nel tempo e il tempo è l’essere del soggetto stesso, diceva Hegel), crea una mappa in quanto struttura il suo movimento in un percorso ne traccia una mappa.

Ma la mappa, lo sappiamo bene, non coincide con il territorio: ne è sempre una rappresentazione abbreviata, che ne trascura alcuni elementi a beneficio di altri. Pensiamo a come uno stesso territorio venga rappresentato in modo diverso su una mappa militare o una turistica, per esempio. Le mappe, insomma, non sono mai innocenti: gettano un’opzione, fanno una scelta. Questo non è necessariamente un limite, ma è il procedere stesso del nostro pensiero, che si costruisce per astrazioni e generalizzazioni.

Pensiamo, per esempio, a come nascono le figure geometriche. Secondo la ricostruzione di Husserl (qui), esse nascono dalla pratica della misurazione dei campi. Gli agrimensori babilonesi avevano scoperto che il modo migliore per rappresentare sulle mappe dei campi di forma irregolare era dividerli in tanti triangoli. La pratica di disegnare triangoli il più possibile precisi e regolari aveva fatto nascere l’idea di un triangolo puro, una forma geometrica irriducibile a qualsiasi forma reale. Ed è su questo tipo di forme che si costruiscono i teoremi e le leggi della geometria e che si concepiscono le relazioni puramente formali della matematica. Ancora una volta, tutto nasce da una mappa.

La mappa è il territorio

Con l’avvento della tecnologia digitale, e ancor più con quella ulteriore evoluzione che sono le AI, le cose cambiano parecchio. Se la mappa classica era una rappresentazione abbreviata e approssimativa del territorio, oggi è possibile darne una rappresentazione puntuale, identica. Questo perché superiamo due limiti tipici della condizione umana. Il primo è la nostra capacità di gestire i dati: se per rappresentare un quartiere devo astrarre dalle singole case, per una città da isolati e vie secondarie, per una regione dai centri abitati minori e così via, con una mappa digitale tutti i dati sono sempre presenti, fino all’arredo e alle suppellettili di ogni stanza. Il secondo è la necessità di disporre di informazioni riconoscibili: dobbiamo poter interpretare il territorio, di volta in volta, nella prospettiva che ci interessa. Da questi due limiti nascono le due convenzioni fondamentali nella costruzione delle mappe: la scala (risoluzione elevata, territorio piccolo) e la tipologia (informazioni in funzione dell’uso).

Pensiamo, invece, a Google maps: qui abbiamo una scalabilità (teoricamente) infinita, che ci permette di passare dalla vetrina di un negozio all’intero pianeta. E abbiamo una informatività almeno altrettanto estesa: potenzialmente ogni elemento della mappa è dotato di significato, ricercabile e classificabile. Non solo. A tutto questo si aggiungono altre due dimensioni, del tutto inedite. La prima è la personalizzazione, non solo nel senso che possiamo aggiungere alla mappa le informazioni che ci interessano, che in fondo non è nulla di realmente innovativo, dato che era una possibilità esistente anche nelle cartine stampate, con un segno di penna. La personalizzazione digitale si basa sulle informazioni che la mappa importa dalle nostre altre applicazioni, quella “lunga coda” di dati per cui il mio mondo digitale è davvero solo il mio. Il secondo aspetto, complementare al primo, è la condivisibilità: le informazioni che io aggiungo possono essere immediatamente visibili ad altri utenti e anche a tutti. In questo modo, non solo faccio diventare “nostro” il mio mondo digitale, ma ogni dato viene costantemente aggiornato dal lavoro comune di umani e macchine.

Ecco allora che la mappa diventa davvero il territorio, sia nel senso che lo rappresenta senza residuo, sia nella sua possibilità di viverlo. Viviamo quotidianamente in una dimensione digitale che è completamente integrata a quella fisica, ogni atomo è intrecciato a un bit. Questo è il luogo della nostra coabitazione con le AI, questo è l’ambiente comune da conoscere, sviluppare, proteggere.

Sono felice di vederti qui!

Sono Michele Laurelli, fondatore di Algoretico. Quello che hai letto è solo una piccola parte di ciò che facciamo. Curioso di scoprire di più?

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