Lužin è morto, viva Lužin!

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Lužin è morto, viva Lužin!

Arianna Bonino

Pubblicato il 10 Jun 2021

Vi ricorderete senz’altro che sono portatrice di bernoccoli da caduta libera di volumi bellissimi, che precipitano mentre mi arrampico alla ricerca dell’unico libro che puntualmente si nega (qui l’articolo: https://www.algoretico.it/blog/te-nel-garage/).

Ecco, ero rimasta così affascinata dai disegni di Moebius da dimenticarmi momentaneamente che il libro che cercavo era un esemplare in brossura (quelli che, in caso di caduta, fanno male, ma meno) con tanto di occhio scrutatore in copertina:

Lo stavo cercando perché da qualche tempo c’è una domanda che mi assilla e un’intuizione (vedrete se geniale o meno) mi ha suggerito che tra le pagine di questo enigmatico romanzo di Nabokov potrebbe nascondersi la risposa.

L’intelligenza artificiale è una cosa dalla quale ci si debba difendere?

Ecco, se c’è un terreno di gioco che si presta meglio di qualunque altro alla sfida tra intelligenza umana e intelligenza artificiale, sono le trentadue case nere e le trentadue case bianche della scacchiera.
Chi dice scacchi dice strategia: è forse questa la ragione per cui il gioco degli scacchi è intramontabile e tiene banco da circa 1500 anni, godendo sempre di ottima salute e dimostrando un’incredibile vitalità nonostante l’età. Ed è anche il motivo per cui giocatori come Stockfish, Houdini e Alpha Zero si muovono a loro agio in tornei all’ultimo pedone, sfidandosi caparbiamente e senza risparmiare colpi. Certo, non spostano i pezzi con le mani, non si passano fazzoletti finemente decorati con motivi di gigli fiorentini su fronti madide di sudore per la tensione della competizione. Non lo fanno, perchè non hanno le mani e non hanno nemmeno una fronte da aggrottare studiando la mossa giusta. E non avranno le mani e la fronte, ma hanno pur sempre una loro intelligenza. Hanno, anzi sono intelligenze artificiali.

Gli scacchi: un sistema ben definito di norme che prevede un insieme altrettanto definito, pur se vastissimo, di possibili combinazioni. E quindi ogni mossa esclude la praticabilità di altre. Ecco perché Stockfish, Houdini e Alpha Zero battono gli sfidanti in carne e ossa che cercano di compiere l’impresa: dalla sua la IA giocatrice di scacchi ha velocità incommensurabilmente incomparabile con quella umana nel prefigurarsi gli sviluppi delle mosse per optare quindi per quelle strategicamente vincenti. E poi non ha una fronte da imperlare col sudore della tensione, dell’aggressività, della paura.

Esiste qualcuno che sia in grado di batterli?
Non lo so, ma so che uno c’è stato che avrebbe mandato in crisi il sistema. E quello è proprio il Lužin di Nabokov.
Il punto è che Lužin non è più veloce delle intelligenze artificiali e nemmeno più freddo e controllato - pur non essendo tutta questa strabordante fonte di emozioni incontenibili, chiariamolo -.
Ma quello che avrebbe permesso a Lužin di battere uno come Stockfish è che Lužin fa la mossa delle mosse, adotta la strategia più imprevedibile e in grado di mandare in crash qualsiasi sistema logico, per quanto sia sofisticato.
E cioè Lužin non punta a vincere. Lužin punta allo stallo. Gioca in difesa e in difensiva, lasciando aperto un amplissimo numero di possibilità di contromosse, ma tutte inservibili. Neutralizza lo spirito stesso del gioco, usando l’arma dell’inefficacia. Non oppone resistenza e non attacca.
Insomma, a suo modo avrebbe snervato chiunque Lužin, con quel suo stratagemma che riecheggia per entropia un suo gemello letterario, quel Bartleby di Melville, che come aforisma esistenziale opponeva a qualsiasi input il suo “preferirei di no” (“I would prefer not to.”).

La verità è che Lužin è diventato obsoleto, non si è evoluto: è passato dal voler vincere all’accontentarsi di non perdere. Ma c’è un problema di fondo nella tattica-non tattica di Lužin: se è vero che così facendo non si perde mai, escludendo in partenza di vincere, è ancora “giocare” quello che fa Lužin?

“Il gioco di Lužin, che nella prima gioventù aveva tanto sbalordito gli esperti con la sua audacia senza precedenti e con lo sprezzo per quelle che sembravano le leggi basilari del gioco, pareva ora un tantino antiquato in confronto allo sfavillante estremismo di Turati. Lužin era tale e quale a un artista che, assimilate all’inizio della carriera le ultime tendenze, e destato un passeggero scalpore con l’originalità dei suoi procedimenti, si accorge tutt’a un tratto che intorno a lui si è verificato un mutamento impercettibile, che altri, spuntati da chissà dove, lo hanno distanziato in quegli stessi procedimenti per cui era stato all’avanguardia, e si sente quindi derubato, vedendo solo ingrati imitatori nei temerari che lo hanno superato, e rendendosi conto di rado che sua è la colpa, pietrificato com’è in una forma d’arte un tempo nuova, ma che non ha saputo progredire.”

Lužin è uno che muove i pezzi, ma ha smesso sostanzialmente di giocare da tempo. Conosce le regole, le conosce benissimo.
Ma non è più un giocatore, è un sabotatore.
Il suo è un errore esemplare: arroccarsi in una difesa possibile ma inutile.
Se avesse deciso di giocare sul serio a scacchi, quelli veri, sarebbe andata diversamente per lui.
Avrebbe scoperto una cosa importante e cioè che dall’altra parte della scacchiera non c’è un nemico, ma uno sfidante che può anche essere più bravo. Che poi è lo spirito con il quale ci si dovrebbe sedere davanti a quei sessantaquattro quadrati bianchi e neri: imparare dal proprio avversario, scoprendo così che è il miglior alleato di “gioco” che possa esistere. Umano o artificiale che sia.

Sono felice di vederti qui!

Sono Michele Laurelli, fondatore di Algoretico. Quello che hai letto è solo una piccola parte di ciò che facciamo. Curioso di scoprire di più?

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