La razionalità accessibile

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La razionalità accessibile

Nane Cantatore

Pubblicato il 16 Sep 2021

Chiudendo il pezzo precedente, avevo promesso che si sarebbe parlato di un possibile contratto digitale, ossia di un ripensamento generale delle condizioni di cittadinanza a partire dalle trasformazioni prodotte dalle nuove tecnologie. Il problema è che il modello del contratto sociale è una convenzione, una finzione filosofica per rappresentare qualcosa di reale, ma scarsamente afferrabile: le condizioni di fondo del legame che tiene insieme una specifica collettività. Il modello del contratto serve a rappresentare queste condizioni nella forma di diritti e doveri e sotto il vincolo della reciprocità. Ma forse è proprio questa formula a essere fuorviante.

Gli umani si associano in molti modi, ma in genere non a partire da riflessioni sui vantaggi e i costi del vivere insieme. La partita doppia dei diritti e dei doveri nasce in seguito, una volta che tutta una serie di prassi comuni si sia intrecciata a formare delle consuetudini, delle forme consolidate e dei vincoli di vario genere. Su questo viluppo di rapporti prendono forma le istituzioni culturali e le leggi, si stabiliscono i valori e si fanno progetti. Anche la tecnologia si produce a partire da questo contesto sociale e culturale, che produce la domanda di innovazione e ne facilita o ne ostacola l’applicazione.

Valori universali?

Da questo punto di vista, l’idea filosofica e giuridica di un patto costitutivo pecca di eccesso di razionalità. Proprio come le teorie liberiste dell’efficienza dei mercati, si presuppone con troppa leggerezza che il calcolo e l’analisi razionale guidino i comportamenti umani. Più grave ancora, si presuppone che i valori di riferimento siano più o meno gli stessi per tutti e che quindi si possa far appello, perlomeno, a degli interessi comuni.

Ebbene, vediamo che non solo i valori sono mutevoli, ma che anche gli interessi sono discordanti. Per fare solo un esempio del primo caso, vediamo che la libertà, il valore fondamentale per la definizione stessa dei diritti umani, è soggetto a forti oscillazioni. Non solo la libertà in senso moderno era probabilmente incomprensibile a un europeo del Medioevo, ma nella nostra stessa società abbiamo continue prove di come essa sia facilmente sacrificabile ad altri valori, per esempio alla sicurezza. Il fatto che l’ossessione per la sicurezza superi l’interesse per la libertà mentre viviamo nell’epoca più sicura della storia la dice lunga sulla razionalità dei nostri comportamenti.

L’assetto di ogni società umana, compresa quella attuale, sembra difficilmente compatibile con la tutela degli interessi comuni, ammesso che l’espressione abbia un senso. Per millenni, illusioni religiose hanno tutelato caste sacerdotali a spese della collettività. Poi, la razionalità moderna ha prodotto uno straordinario progresso scientifico e tecnologico, che solo occasionalmente si è tradotto in un miglioramento generalizzato delle condizioni di vita.

Il dominio dell’irrazionale

Oggi, con l’affermazione di conquiste tecnologiche mai viste prima, i comportamenti irrazionali continuano a dominare la scena. Non solo continuiamo a imbarcarci in guerre prive di senso, che non sappiamo nemmeno di dire se abbiamo vinto o perso. Non solo stiamo continuando a mettere a rischio la nostra stessa sopravvivenza come specie, quando disponiamo da decenni di ottime alternative tecnologiche a molte delle industrie più inquinanti. Non solo abbiamo accettato senza problemi un modello economico che da almeno quarant’anni riduce la fetta di ricchezza globale disponibile alla gran parte della popolazione. Ma, proprio all’inizio della rivoluzione digitale, ci siamo trovati a valutare praticamente ogni indicatore sociale in termini puramente finanziari, con una superstizione che forse le generazioni future giudicheranno alla stregua del culto medievale delle reliquie.

Con ciò non voglio certamente dire che viviamo in un’epoca gretta e materialistica, dimentica dei sublimi valori spirituali. Tutt’altro: mi limito a rilevare che, anche nella nostra epoca, è su un abisso di irrazionalità che poggiano le sottili fondamenta dell’ordine. Fuor di metafora, ogni società storicamente prodotta, compresa la nostra, poggia su un sistema di credenze che è tanto più efficace quanto meno razionale e comprensibile. Il denaro astratto, generato in modo quasi magico dagli impenetrabili arcani della finanza, è un punto di riferimento universalmente valido proprio perché inaccessibile. Come ricordava Arianna Bonino in un suo pezzo qui, una delle più efficaci rappresentazioni della creazione del denaro a partire dal debito pubblico è fornita nel Faust goethiano, dove l’invenzione è attribuita a Mefistofele. Ciò che fa funzionare le narrazioni egemoni, insomma, non è la loro capacità di convincerci razionalmente, ma di raccontare, incantare, affabulare, irretire.

Il paradosso della ragione

La tecnologia, di conseguenza, rappresenta quello strato di razionalità che poggia sulle convenzioni, potrei dire sui riti, che formano il tessuto sociale. Una razionalità che, paradossalmente, mette a disagio ben più della pura e semplice follia delle convenzioni. E lo fa perché è visibile, accessibile in linea di principio, eppure dispersa in mille specializzazioni e inaccessibile al singolo.

Se accettiamo che pochi miliardari detengano ricchezze incalcolabili in un contesto di sempre maggiori diseguaglianze, è perché in qualche modo possiamo immaginarci al loro posto, eroi solitari al comando di invisibili armate di denaro. Ma non riusciamo ad accettare, invece, di vivere in un mondo che non potremo mai comprendere appieno: se esistono individui che possiedono miliardi, non ne esistono di capaci di padroneggiare allo stesso modo la fisica, la chimica e la biologia. Il sogno rinascimentale dell’uomo universale è irraggiungibile, almeno per gli uomini: il disagio della modernità è strettamente legato al suo successo, e non è certamente una novità. Tanto che lo si trova perfettamente espresso in una conferenza tenuta nel 1920 da Max Weber, intitolata La scienza come professione (qui il testo completo in versione originale):

“Chiunque di noi viaggi in tram non ha la minima idea - a meno ch’egli sia un fisico specializzato - di come la vettura riesca a mettersi in moto. Né, d’altronde, ha bisogno di saperlo. Gli basta di poter ‘fare assegnamento’ sul modo di comportarsi di una vettura tranviaria, ed egli orienta in conformità la propria condotta; ma nulla sa di come si faccia per costruire un tram capace di mettersi in moto. Il selvaggio ha una conoscenza dei propri utensili incomparabilmente maggiore […] La progressiva intellettualizzazione e razionalizzazione non significa dunque una progressiva conoscenza generale delle condizioni di vita che ci circondano. Essa significa bensì qualcosa di diverso: la coscienza o la fede che basta soltanto volere, per potere ogni cosa - in linea di principio, può essere dominata con la ragione. Il che significa il disincantamento [Entzauberung]del mondo”.

Fede e sapere, fede nel sapere

Ora, possiamo senz’altro dire che Weber abbia colto il successo della scienza e della tecnologia moderna in questa universale razionalità che tiene insieme i rami più disparati del sapere e li collega tanto più fortemente quanto più si specializzano. Di fatto, la razionalità moderna si fonda su una separazione tra la universale accessibilità dei saperi in linea di principio e l’inaccessibilità della gran parte dei processi quotidiani in linea di fatto. Proprio per questo possiamo “fare assegnamento”, per usare le parole di Weber, sull’efficacia di dispositivi che non conosciamo. Anzi, a essere precisi Weber usa il termine “rechnen”, contare, nel duplice senso di far di conto e fare conto su qualcosa. Così come non dovrebbe sfuggire il collegamento tra coscienza e fede o, in originale, tra Wissen e Glauben, sapere e credere: nella vita quotidiana ci affidiamo alla scienza e alla tecnica a partire da questo scollamento necessario di fatto e principio, che è all’opera in ogni fede.

Fin da quando è iniziata la modernità, la razionalità ha cessato di essere esercizio contemplativo del singolo per diventare attività pragmatica di una collettività. Una collettività di specialisti, ognuno con la sua lingua ma tutti in grado di fare riferimento a un vocabolario scientifico e matematico comune. L’uomo scientifico ha sostituito l’uomo cosmico, Galileo ha sepolto Leonardo.

Al tempo stesso, questo affidamento sostanzialmente passivo a forze al di là della comprensione del singolo avrà certamente prodotto il disincantamento del mondo, ma ha aperto la strada a diverse forme di pseudorazionalità. Lo si è visto in modo tragico, pochi anni dopo, in quella stessa città, Monaco di Baviera, in cui Weber ha tenuto la sua lezione. Lo vediamo ogni giorno, nel mondo in cui viviamo.

Una possibile razionalità universale

Per poter davvero pensare a un contratto sociale, allora, dobbiamo innanzitutto riprendere la razionalità come metodo universale e universalmente accessibile. Il metodo è disponibile e nemmeno troppo difficile; quello che sconcerta è, come e più che ai tempi di Weber, il campo sconfinato su cui si deve esercitare.

Ma oggi abbiamo qualcosa di nuovo. Nelle nostre tasche abbiamo uno strumento che ci permette di accedere istantaneamente al più grande repertorio di conoscenza che si sia mai dato nella storia umana. E, se l’ideale dell’uomo universale è umanamente irraggiungibile, abbiamo macchine che possono tranquillamente arrivarci. Le AI sono in grado di dominare ogni scienza in modo esatto e rigoroso e di trasmetterne i risultati senza alcun filtro. Questo è, oggi, il grande strumento per cominciare, finalmente, una vera razionalizzazione della vita, il disincantamento finalmente liberatorio: basta esserne all’altezza. Hic Rhodus.

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Sono Michele Laurelli, fondatore di Algoretico. Quello che hai letto è solo una piccola parte di ciò che facciamo. Curioso di scoprire di più?

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