Immagine, somiglianza, singolarità

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Immagine, somiglianza, singolarità

Nane Cantatore

Pubblicato il 18 Jun 2021

Nel mio pezzo precedente (https://www.algoretico.it/blog/intelligenza-vegetale/), ho cercato di dire perché, a mio avviso, sia sbagliato racchiudere la nostra rappresentazione dell’intelligenza artificiale entro i confini abituali della coscienza e della sua polarizzazione su un Io. In altre parole, ho tentato di costruire un primo argomento a favore di un’interpretazione descrittiva dell’intelligenza, come la capacità di interpretare in modo efficace situazioni complesse. Una descrizione che non presuppone necessariamente che vi sia qualcuno che pensa.

Ciò significa che può non essere necessario che vi sia, prima o poi, una evoluzione dall’intelligenza artificiale alla coscienza artificiale. Se è vero che noi ne siamo gli artefici, insomma, non è altrettanto detto che la nostra creazione debba essere a nostra immagine e somiglianza.

Il paradigma teologico, in cui noi imitiamo la creazione e la nostra creatura minaccia sempre di sfuggire al controllo, non è il solo possibile. Anzi, possiamo dire che, forse in contrapposizione a questo “modello Frankenstein” se ne stia affermando un altro, in un certo senso opposto. Si tratta dell’idea di singolarità, molto popolare in alcuni ambienti particolarmente entusiasti della trasformazione digitale e resa popolare, tra gli altri, da Yuval Noah Harari con il suo Homo Deus (https://www.bompiani.it/catalogo/homo-deus-9788845298752).

L’idea è che la portata gigantesca e la vertiginosa velocità delle diverse trasformazioni tecnologiche stia ridefinendo in profondità le stesse condizioni biologiche della nostra esistenza. Difficile obiettare a una considerazione così ovvia. Suscita però qualche perplessità la considerazione successiva, secondo la quale ciò porterebbe almeno una parte dell’umanità a confluire in una sorta di comunione mistica con le AI, con una sorta di upload integrale delle proprie coscienze. Siamo sempre dentro al paradigma teologico, solo che si prende un libro diverso: invece della creazione siamo passati alla fine dei tempi, all’escatologia.

Ora, ognuno è chiaramente libero di coltivare le proprie fantasie, mistiche, estetiche o erotiche che siano. Ma una tesi razionale andrebbe argomentata in modo un po’ più rigoroso di come faccia il buon Harari, che pure non è certo il peggiore né il più esaltato esponente della sua setta. In particolare, dovremmo renderci conto di un dato fondamentale: che la nostra specie ha sviluppato una capacità del tutto particolare, più o meno da quando ha cominciato a controllare il fuoco. La capacità di progettare la trasformazione dell’ambiente secondo le proprie finalità e di innescare, così un gioco a tre dimensioni. La prima è quella diretta, delle conseguenze della nostra azione sull’ambiente circostante e le altre specie: dalle estinzioni di massa provocate dai cacciatori sapiens al riscaldamento globale, siamo sempre lì a far danno. Per inciso: se sottolineo l’effetto catastrofico delle nostre azioni è solo per evidenziarne la portata, non certo per sostenere la tesi ingenua della nostra nocività come specie. La seconda dimensione è quella della nostra organizzazione sociale e culturale: ogni evoluzione tecnologica trasforma le nostre condizioni di esistenza e, di conseguenza, determina le forme della nostra vita con gli altri umani. Per fare anche qui un esempio, è chiaro come le religioni storiche si siano evolute nel corso della storia, adattandosi agli effetti delle mutate condizioni di vita.

Infine, la terza dimensione è quella più immediatamente percepibile, perché avviene nella vita di ognuno di noi: a seconda delle condizioni del contesto in cui viviamo, esiste un insieme più o meno ben definito di capacità utili o necessarie. In altre parole, un abitante medio di una città occidentale di oggi, trasportato nel Medioevo, non saprebbe fare una serie di cose elementari in quel contesto, come accendere il camino con l’acciarino o tenere affilato un coltello, e ovviamente varrebbe la reciproca: basta immaginarsi la perplessità di un uomo del Trecento davanti a uno smartphone. Ma non c’è bisogno di spingersi così lontano, dato che nelle nostre vite abbiamo assistito a tali e tante trasformazioni tecnologiche da rendere radicalmente differenti le skill richieste per esempio a un adolescente di oggi rispetto a uno degli anni Ottanta, anche per le interazioni sociali di base.

Eppure, ogni trasformazione di questo tipo finisce per essere sempre riportata a un modello di normalità, a un processo di sostanziale banalizzazione per cui il futuro, diventando presente, si fa gestibile, quasi ovvio. Non dobbiamo aspettare la singolarità o chissà quale visione messianica: viviamo già tanto in un mondo che è allo stesso tempo fisico e digitale, fatto di atomi e di bit. La nostra esistenza è già accompagnata, definita, plasmata dagli algoritmi, ma questa non è una novità: il sistema di credenze dell’Europa del Trecento, per dire, non era certo meno determinante e costrittivo di quanto siano le tecnologie che governano i social.

Noi umani siamo una specie straordinariamente adattabile proprio perché riusciamo sempre a riportare ogni novità a un contesto conosciuto. Ciò non vuol dire che tutto resti uguale, anzi: solo che le grandi trasformazioni, per quanto impetuose, vengono riportate a un orizzonte in cui possano essere comprese e agite. Per questo è importante conoscere i fattori di trasformazione e immaginare in che modo possono avere un impatto sulle nostre vite, per non limitarsi a subirle. Concludevo l’articolo precedente accennando a una ecologia delle intelligenze, per suggerire che già oggi è in atto la coabitazione della nostra specie, e del nostro modello di intelligenza, con un altro tipo. Siamo abituati a vivere negli ecosistemi, anche se non sempre con risultati ottimali; ma proprio come la conoscenza è il modo migliore per affrontare la crisi ambientale, lo è anche per affrontare questa nuova convivenza. Senza misticismi, ma con le idee chiare.

Sono felice di vederti qui!

Sono Michele Laurelli, fondatore di Algoretico. Quello che hai letto è solo una piccola parte di ciò che facciamo. Curioso di scoprire di più?

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