Il web semantico: cos’è e perché ci riguarda tutti

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Il web semantico: cos’è e perché ci riguarda tutti

Michele Laurelli

Pubblicato il 20 Jun 2021

Se visitassimo una pagina internet del 2010 (che sembra ieri, ma erano ben 11 anni fa!) ci ritroveremmo a dover affrontare una sorta di shock culturale: era un luogo digitale che, oggi, sembra stranissimo, quasi inquietante nella sua stilizzazione – e, più si va indietro nel tempo, più questa sensazione si fa forte.

Nel giro di una manciata di anni, infatti, il web in generale è stato sottoposto a una mutazione totale: il motivo di questa sorta di comunicazione copernicana è da rintracciare nella costituzione del cosiddetto Web 3.0, cioè la nascita del Web Semantico.

  • Il web nella sua mutazione più evidente

Sul finire degli anni Novanta fu lo stesso Tim Berners-Lee, uno degli inventori del World Wide Web, a teorizzare – e poi contribuire a realizzare – la possibilità di un web nuovo, dinamico nell’interazione con gli utenti, caratterizzato da un approccio semantico: vale a dire un web in cui l’interpretazione dei dati degli utenti avrebbe creato una sorta di servizio ad personam, permettendo alle macchine di riconoscere le istanze di ogni utente.

Insomma, uno spazio digitale dove chi naviga non è più un’entità che si connette e vaga per le pagine (al massimo potendone realizzare di proprie a sua volta): il web avrebbe iniziato a comprendere i campi semantici che riguardano i naviganti, imparando a conoscerli, attraverso un’adeguata analisi dei dati che ogni persona inserisce – banalmente a partire dai motori di ricerca.

  • Un’architettura a servizio dell’esperienza dell’utente

Oggi il web semantico è una realtà a dir poco robusta: è il web stesso. Fondamentale da conoscere in ogni suo aspetto per chiunque operi in moltissimi ambiti – dal marketing all’ingegneria informatica, dalla comunicazione alla strategy di ogni tipo.

Il semantic web è complesso e articolato. Il World Wide Web Consortium lo definisce: «un web in cui a ciascuna informazione è dato un significato ben definito, che renda possibile per computer e persone lavorare in cooperazione».

Per realizzare ciò è necessaria una vera e propria architettura, allestita in ogni singolo anfratto del web. La possibilità di tutto ciò è dovuta allo sviluppo delle intelligenze artificiali, che mediante il machine-learning costante riescono a delineare le possibilità semantiche riguardanti ogni utente.

Lo vediamo ogni momento: se Maps cerchiamo un ristorante in una determinata zona di Roma, per diverse ore successive saremo intercettati da pubblicità riguardanti quel tipo di locali nella Capitale e cose simili. Se proviamo a immaginare che ogni luogo sul web è sottoposto a questa tipologia di funzionamento, è facile rendersi conto di quanto sia lontana, ormai, l’idea di un internet dove ci si connette “solo” per navigare o cercare qualche informazione: il web è un’appendice semantica della nostra esistenza, dove ciò che ci riguarda viene assunto come informazioni per agevolare la nostra vita online.

  • Il web semantico sta rovinando l’umanità?

A qualcuno questo tipo di web continua a risultare inquietante. La realtà è però che il web 3.0 è caratterizzato da un aspetto determinante: pone l’utente al centro di tutto – e per fare ciò ha bisogno di conoscere, in qualche modo, ogni utente.

Se oggi non possiamo fare a meno di internet è perché esso è divenuto uno spazio ulteriore, adiacente alla nostra vita fisica, in grado di farci vivere esperienze in linea con ciò che siamo fuori dal web: se lo mettiamo in un’altra prospettiva, è internet a essersi piegata alle nostre vite “reali”, non il contrario.

Netflix che impara a conoscere i nostri gusti, TikTok che sa quali video potremmo avere voglia di vedere, Google che anticipa la dicitura delle nostre ricerche: piccole agevolazioni che però segnalano un web estremamente più vasto, dal punto di vista delle possibili esperienze dove l’utente è posto al centro.

Certo, si tratta comunque di una dimensione rischiosa, dove è possibile scivolare in filter-bubble tossiche, e che spesso sfrutta la tendenza umana a sviluppare bias cognitivi: ma siamo noi esseri umani a dover/poter scegliere se farci irretire dall’architettura del web o meno. Non dimentichiamolo mai.

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Sono Michele Laurelli, fondatore di Algoretico. Quello che hai letto è solo una piccola parte di ciò che facciamo. Curioso di scoprire di più?

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