Il contratto digitale

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Nane Cantatore

Pubblicato il 8 Sep 2021

Nell’ultimo pezzo ho introdotto il tema dei diritti e della cittadinanza, per forza di cose limitandomi a un rapido accenno. Provo adesso a entrare un po’ più nel dettaglio, partendo però da una questione più generale, che è possibile affrontare solo adesso, nel quadro appena delineato. Si tratta del tema più ampio dei diritti, vale a dire di quelle condizioni di vita che un dato sistema sociale (e politico, ed economico) deve assicurare a chi ne fa parte.

In altre parole, è il contratto sociale, ossia l’insieme di condizioni a cui i diversi poteri che si esercitano su un dato contesto sociale possono essere definiti legittimi. Sono temi molto complessi, su cui il confronto è acceso da secoli, se non millenni. Per questo, senza pretendere certo di esaurire il tema e nemmeno di dare un contributo particolarmente sensato, è necessario fare alcune precisazioni analitiche. Lo scopo di queste considerazioni, ripeto, non è di risolvere problemi o dare risposte, ma semplicemente di chiarire il senso di alcuni termini rispetto a quello che cercherò di dire più avanti. Dunque:

  • il termine potere descrive qui una relazione asimmetrica tra due parti, per cui una di esse decide quello che l’altra può e non può, deve e non deve fare. Per esempio, mi è vietato dall’autorità di impadronirmi della proprietà altrui, indipendentemente dal mio desiderio;
  • questa relazione è legittima soltanto quando la parte che subisce queste decisioni le accetta come valide, in genere a partire da certe condizioni o contropartite. Quindi, posso accettare di non cercare di rubare ad altri se anche i miei beni sono protetti e, in genere, ho la possibilità di procurarmi almeno di che vivere;
  • ho usato intenzionalmente il plurale, per indicare che in un dato contesto sociale il potere politico è soltanto uno, ma che ce ne sono altri. Per esempio, in un normale rapporto di lavoro il dipendente è tenuto a fare ciò che vuole l’imprenditore, a specifiche condizioni di legittimità. In altre parole, l’imprenditore può decidere che mansioni deve svolgere un dipendente soltanto in cambio di un salario adeguato e in condizioni di lavoro specificamente definite;
  • in questa pluralità, tipicamente esiste un’istanza fondamentale, un potere che definisce le condizioni degli altri, e questa istanza è, normalmente, il potere della legge. Sono le leggi, che esprimono i dettami del potere politico, a definire il campo di legittimità degli altri poteri. Così, un imprenditore non può obbligare un dipendente a violare la legge, per esempio a smaltire i rifiuti tossici in modo illegale;
  • chiaramente, legittimità non significa effettività. Se un territorio viene occupato da un esercito invasore, o è effettivamente controllato dalla criminalità organizzata, il potere legittimo non è effettivo, e viceversa.

A questo punto, possiamo trarre alcune considerazioni generali. La prima è che la legittimità non è data una volta per tutte: se essa si basa sull’accettazione del potere da parte di chi lo subisce, allora la riduzione delle contropartite che ne riceve provoca una delegittimazione.

Lo vediamo nella grande questione dello stato sociale: se i diritti e le prestazioni tendono a ridursi nel tempo, diventa difficile accettare un incremento del carico fiscale. Allo stesso modo, se i redditi da lavoro ristagnano o si riducono mentre i profitti dell’azienda crescono, la continuazione del rapporto di lavoro assume sempre più un carattere di costrizione, magari sotto la minaccia della disoccupazione. Qui mi sento di rimandare al libro Tempo guadagnato (Gekaufte Zeit), di Wolfgang Streeck, per una disamina su come la crisi del debito sovrano, mettendo a repentaglio lo stato sociale, abbia prodotto un generale problema di legittimità.

Un’altra considerazione è che i rapporti economici non devono necessariamente essere spiegati in base a leggi astratte e che pretendono di essere immutabili, come quelle di domanda e offerta. Semmai, queste sono casi particolari della condizione generale dei rapporti di potere, in cui una parte determina le condizioni a cui l’altra può soddisfare dei bisogni. La transazione, l’incontro tra domanda e offerta, assume quindi il carattere di un riconoscimento di legittimità, non di una valutazione libera e “razionale”. Insomma, se A possiede una merce desiderata da B e viceversa, il punto di incontro in cui A accetterà una certa quantità della merce di B in cambio di una quantità della propria che sia soddisfacente per B, sarà per entrambi l’accettazione delle condizioni imposte dall’altro in cambio di una contropartita accettabile.

Lo scambio equo, l’equilibrio di mercato, non è dunque la condizione normale del rapporto economico ma un suo caso particolare. La realizzazione di queste circostanze di equilibrio, quindi, è collegata a diversi fattori, spesso regolati da altri poteri e, in ultima istanza, da quello politico. Pertanto, il funzionamento del mercato si fonda su condizioni politiche, per le quali questo specifico modello sembra preferibile e coerente con le altre forme sociali.

La terza osservazione è che la legittimità di un potere non è un dato formale binario, per cui è legittimo o non lo è, ma un processo continuo e mutevole, fondato sulle relazioni reali. Ciò significa che, in pratica, nessun potere è completamente legittimo o illegittimo ma che si situa in una posizione variamente collocabile tra questi estremi. Non solo: nel caso di poteri che si esercitano su un gran numero di soggetti, è ampiamente possibile - e storicamente ben documentato - che essi siano legittimati solo da una parte. Pensiamo al caso delle dittature, che spesso sono accettate da una parte anche preponderante della popolazione, ma non certo dalla parte oppressa. Con ciò non voglio, ovviamente, dire che le dittature possano essere almeno parzialmente legittimate: mi limito a quanto rientra nelle definizioni viste prima.

La quarta nota riguarda l’idea di cittadinanza, che trasforma il modello di legittimazione in due modi fondamentali. Da un lato, la rete dei poteri, o per lo meno quello politico, di ultima istanza, vede il cittadino al tempo stesso come colui che detiene il potere e ne subisce i condizionamenti. In quanto è disperso nel complesso del corpo sociale, il potere (politico) si spersonalizza e diventa istituzionale, definito puntualmente da un apparato normativo molto formalizzato che, in quanto stabilisce le condizioni di esercizio del potere, è una sorta di metapotere. Dall’altra parte, si istituzionalizza anche la contropartita legittimante, le condizioni a cui si accettano le disposizioni del potere: non più concessioni, sono diritti.

Infine, va rilevato che la mancanza di legittimità non è, di per sé, sufficiente a far decadere un potere. Anche quando esso sia talmente disfunzionale o oppressivo da essere insostenibile per la maggioranza, può avere delle risorse di forza tali da riuscire a mantenersi. Ecco che torna il tema delle tecnologie “distruttive”: l’avvento di nuove soluzioni, come abbiamo visto, può provocare drastiche trasformazioni negli assetti di potere e nei rapporti di forza.

Da questo punto di vista, è difficile negare che l’avvento delle tecnologie digitali sia legato a una sostanziale contrazione dei diritti sociali per gran parte delle popolazione. La precarizzazione dei rapporti di lavoro, il divario crescente tra produttività e remunerazione, la contrazione di fatto della spesa sociale, sono solo alcuni esempi. Sarebbe certamente sbagliato affermare che questi effetti siano il portato diretto delle tecnologie digitali: sarebbe stato certamente possibile l’opposto. A dirigere le nuove potenzialità delle supermacchine digitali in senso contrario rispetto alle conquiste della generazione industriale precedente sono stati essenzialmente i rapporti di forza esistenti.

Il punto è che questi rapporti sono basati su strutture e tendenze precedenti la nuova rivoluzione tecnologica. La concentrazione delle ricchezze, la finanziarizzazione, la sostanziale inversione della tendenza alla crescita delle prestazioni sociali sono dati presenti nelle società occidentali almeno dai primi anni Ottanta. Vale a dire, in un contesto che, per situazione geopolitica, organizzazione produttiva e stato della tecnologia assomigliava più al decennio precedente che a quello successivo, nel quale la trasformazione digitale ha iniziato a delinearsi pienamente.

D’altra parte, è possibile dire che la tecnologia digitale abbia delle tendenze intrinseche di segno opposto. Più di ogni altra innovazione, infatti, il digitale favorisce la circolazione delle idee, l’approccio collaborativo, la disintermediazione dei rapporti e la dispersione delle attività. D’altra parte, lo abbiamo visto spesso, le caratteristiche dei network vanno nel senso opposto, verso il consolidamento delle rendite di posizione dei grandi hub - e le tecnologie digitali hanno notoriamente la tendenza a costruire network.

Riassumendo, possiamo dire che l’attuale assetto dei poteri, in quanto sta producendo una contrazione dei diritti, sia in una crisi di legittimazione. D’altra parte, notiamo che questo assetto si regge anche per effetto di fenomeni precedenti l’attuale rivoluzione tecnologica. Infine, dobbiamo capire quali siano le reali implicazioni sociali del paradigma digitale. Certo è che l’attuale contratto sociale è legato direttamente al modello industriale precedente e al complesso di relazioni che vi si integravano e la crisi di entrambi è evidente. Si apre allora la questione di un contratto digitale, per ripensare diritti e poteri del prossimo futuro. Ma ne parliamo la prossima volta.

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Sono Michele Laurelli, fondatore di Algoretico. Quello che hai letto è solo una piccola parte di ciò che facciamo. Curioso di scoprire di più?

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