Guerra di sciami

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Guerra di sciami

Nane Cantatore

Pubblicato il 23 Jul 2021

Durante gli 11 giorni di scontri tra Israele e Hamas, nello scorso maggio, gli israeliani hanno usato uno sciame di droni per individuare e colpire le postazioni missilistiche nemiche. Si tratta del primo uso bellico documentato di un sistema basato sull’intelligenza artificiale, in completa autonomia.

Uno sciame è un’entità composta da molti singoli soggetti elementari. Proprio come uno stormo di uccelli, un gregge di pecore o - appunto - uno sciame di insetti, i singoli si fondono in una specie di entità collettiva. All’atto pratico, ciò significa che i numerosi droni che incrociavano sopra Gaza condividevano costantemente le informazioni e agivano in modo collettivo.

Si tratta di un tipo particolare di intelligenza artificiale, già collaudato in diverse occasioni. Un caso ben noto, e decisamente più pacifico, è quello delle coreografie aeree. Qui abbiamo molti singoli droni che occupano posizioni specifiche all’interno di movimenti molto complessi, in condizioni atmosferiche imprevedibili. Nessuno è in grado di prevedere, infatti, una occasionale raffica di vento, che potrebbe mandare a repentaglio l’intera coreografia o persino causare scontri in volo.

Per questo, ogni singolo drone interagisce costantemente con tutti gli altri, informandoli della loro posizione e cambiando rotta e velocità. Ciò forma un’organizzazione di grado superiore, capace di dirigere i singoli verso un obiettivo comune, sia esso l’esecuzione perfetta della coreografia o l’individuazione dei bersagli. Come dicevo in un altro articolo, l’intelligenza artificiale non deve necessariamente assomigliare alla mente umana. Anzi, gli esempi più efficaci mostrano proprio configurazioni diverse.

L’operazione a Gaza

Ma torniamo al caso dei droni militari israeliani. Qui lo scopo era concettualmente molto semplice. Si trattava di individuare il prima possibile e con la massima precisione i siti di lancio dei missili e mortai di Hamas e trasmetterli alle unità che li avrebbero colpiti. Farlo all’interno di un contesto densamente popolato e costruito ovviamente aggiungeva un ulteriore ordine di complessità al problema.

Fondamentalmente, si trattava di:

  • mantenere in volo, in modo autonomo ma coordinato, un elevato numero di droni (da qualche dozzina a diverse centinaia);
  • analizzare le immagini inviate da questi sensori volanti, spesso sovrapponendole e interpretandole secondo schemi georeferenziati;
  • individuare gli obiettivi e trasmetterli alle unità aeree e terrestri pronte a far fuoco.

Insomma, un compito concettualmente semplice ma operativamente complesso, vista la massa di dati e operazioni da gestire in un tempo estremamente ridotto. Peraltro, con la necessità di contenere al massimo il margine d’errore, per evitare danni ai civili. Un’AI è lo strumento perfetto per un compito del genere, dal momento che il combinato disposto di istruzioni chiare e attività complesse è quello che le riesce meglio.

Gli israeliani, infatti, sono stati molto soddisfatti del risultato. Se questa volta gli scontri sono durati solo 11 giorni a differenza dei 49 del 2014, ciò è probabilmente dovuto in primo luogo alla rapidità con cui Israele ha raggiunto gli obiettivi. Da questo punto di vista, è ragionevole pensare che le AI abbiano giocato un ruolo chiave, su diversi fronti.

Una nuova minaccia globale?

Insomma, possiamo pensare che le AI siano destinate a partecipare sempre più alle prossime guerre. Anzi, non è da escludere una sorta di nuova corsa agli armamenti. Già oggi organizzazioni non statali stanno usando i droni: anche Hamas ne dispone, per quanto molto meno sofisticati di quelli israeliani. Proprio in quest’ultimo conflitto, infatti, Israele ha abbattuto diversi droni palestinesi e, in altre occasioni, ha fatto lo stesso con apparecchi iraniani e di Hezbollah.

Si stanno moltiplicando anche le reazioni di contrasto a questa tendenza. In particolare, la campagna internazionale per la messa al bando dei sistemi d’arma autonomi ha ottenuto numerosi consensi. 30 paesi, più di 170 ONG, 4.600 esperti di AI, 26 premi Nobel per la pace, il Segretario generale delle nazioni unite e il Parlamento europeo si sono espressi in questo senso.

Resta da chiedersi cosa succederà, quando ci sarà il primo attacco terroristico con uno sciame di droni guidato da un’AI. Perché la domanda non è se ma, appunto, quando.

Sono felice di vederti qui!

Sono Michele Laurelli, fondatore di Algoretico. Quello che hai letto è solo una piccola parte di ciò che facciamo. Curioso di scoprire di più?

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