Generato, non creato

Chi siamo

Generato, non creato

Michele Laurelli

Pubblicato il 5 Jul 2021

I/O è la conferenza annuale in cui Google presenta quello che è pronta a mettere nelle mani di milioni di persone. Non è semplicemente una vetrina dei nuovi prodotti, ma la progettazione di nuove abitudini di vita e modi di lavorare.

Per un’azienda come Google, infatti, immettere un prodotto sul mercato non significa solo averlo provato, collaudato e verificato al punto da garantirne il funzionamento. Significa qualcosa di molto più importante: che, dal punto di vista etico e sociale, siamo pronti ad accettarlo.

Nell’ultimo I/O, lo scorso giugno, il prodotto più importante di cui si è parlato è stato MUM. Si tratta nientemeno che del nuovo algoritmo di Google Search: insomma, è il motivo per cui trovate cose online ed è particolarmente degno di nota, per diversi motivi.

Anzitutto, bisogna sottolineare che MUM, “Multitask Unified Model” (con i nomi non sono bravissimi), rappresenta l’ultimo stadio raggiunto dall’umanità in termini di comprensione del linguaggio naturale. Capisce cosa stiamo dicendo e lo colloca nel giusto contesto perché (da qui, “Multitask”) mentre vi ascolta compie milioni di altre operazioni di ricerca e aggiornamento. Direi che possiamo perdonargli il nome.

Un altro aspetto è come sia sempre più chiaro quello che Google vuole fare. L’azienda di Mountain View non è interessata semplicemente a creare una pagina bianca con una barra di testo per la ricerca. Il suo obiettivo è offrire un’intelligenza artificiale con cui dialogare, per arrivare alla soluzione giusta - non necessariamente quella giusta in assoluto, ma quella giusta per chi la cerca. Una presenza sempre più reale e concreta, personale, potente.

Ma l’aspetto più rilevante, per me, si trova al secondo 00:44 della presentazione dove, quasi di sfuggita, si dice una cosa dalle implicazioni enormi: “MUM non solo comprende il linguaggio, lo genera”. Ma cosa significa “generare”?

Immaginiamo questo contesto: di punto in bianco un mercoledì sera vi viene in mente la domanda “Ma com’è che si chiamava il cane di Doc in “Ritorno al Futuro”?”. Probabilmente, in un gesto automatico, prenderte il telefono e cercate una risposta su Google. Ecco: immaginate che questo lo faccia anche MUM. Chiedendo qualcosa che non sa, il suo multitasking le permetterebbe di cercare le informazioni giuste, immagazzinarle e elaborare una risposta. Ma non un copia incolla, proprio creando una risposta nuova basata su quelle informazioni.

Da molto tempo, il mondo dell’intelligenza artificiale sta cercando di arrivare proprio a questo, perché ciò rappresenta una pietra miliare fondamentale dell’integrazione uomo macchina. Uno degli step evolutivi principali, infatti, è proprio il linguaggio, la sua comprensione ed elaborazione.

Un altro strumento, che ha già raggiunto traguardi importanti e ha il vantaggio di essere già disponibile, è il Copilot di GitHub, sviluppato con OpenAI e Microsoft. Questo strumento è la rappresentazione perfetta della sinergia uomo-macchina. Il funzionamento è concettualmente semplice: il “pilota”, cioè l’umano, comincia a scrivere una parte del codice e il “copilota”, la macchina: lo completa automaticamente.

Ma non solo: da una semplice indicazione discorsiva (esempio: “qui serve una funzione che organizzi la tabella in ordine alfabetico”) Copilot provvede, creando la funzione. Si tratta di uno strumento per smanettoni, che opera in un ambiente relativamente chiuso e prevedibile (la programmazione) e con utenti esperti. Ma proprio per questo è così importante: perché significa che, almeno in un contesto ben definito, questo modo di essere delle AI è considerato talmente affidabile da venir impiegato per fare cose.

Ma cosa distingue queste due intelligenze artificiali?

Quando studiavo musica ho imparato che esiste una differenza tra orecchio assoluto e orecchio relativo. L’orecchio assoluto è la capacità straordinaria che consente ad una persona di riconoscere immediatamente un suono e dargli un nome semplicemente ascoltandolo. L’orecchio relativo, invece, fa la stessa cosa ma, per farla bene, ha necessità di riferimenti, di “appigli”, qualcosa con cui fare il confronto.

MUM, in questo caso, è il nostro orecchio assoluto. Non servono contesti o appigli, fa tutto in autonomia. Copilot, invece, è l’orecchio relativo.

Il risultato, però, è lo stesso: le macchine generano qualcosa di nuovo. Come Arianna ci ha ben raccontato, nel caso di un quadro di Rembrandt la macchina non si limita a eseguire il compito di colorare tra gli spazi ma elabora qualcosa di completamente nuovo, seguendo la scuola del Maestro.

Come ci hanno spiegato i teologi, la creazione e la generazione sono percorsi conseguenti. Creare è un’opera della volontà e la generazione, quindi la produzione, ne è la diretta conseguenza. L’intelligenza artificiale ci mette davanti a qualcosa di diverso: se non possiamo di certo attribuirle come punto di partenza la volontà e il pensiero, possiamo però dire che avvia un percorso di produzione. Ecco, quindi, che ci troviamo a fare i conti con qualcosa che, a tutti gli effetti, è generato, ma non creato.

Ma, se l’AI genera tutto questo, l’abbiamo comunque creata noi e non ha niente a che fare con la teologia e il divino. Noi di Algoretico lo sappiamo bene: abbiamo a disposizione gli stessi strumenti che mettiamo a disposizione dei nostri clienti.

Fidatevi, il divino non c’entra: c’è solo da farsi un culo così.

Sono felice di vederti qui!

Sono Michele Laurelli, fondatore di Algoretico. Quello che hai letto è solo una piccola parte di ciò che facciamo. Curioso di scoprire di più?

Scopri chi siamo
comments powered by Disqus
Il blog di Algoretico

Ti va di leggerne un'altro?