E UN PO' DI SABBIA NEL VENTO

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E UN PO' DI SABBIA NEL VENTO

Arianna Bonino

Pubblicato il 29 Aug 2021

Che io sono nell’occhio del ciclone di un trasloco senza precedenti (a parte i 20 che l’hanno preceduto) e soprattutto senza successivi (l’attuale si protrarrà tanto quanto basti per morire prima di doverne affrontare un altro, “sdeng sdeng, così è deciso, l’udienza è tolta”), ormai lo sanno anche gli Uraniani, che fanno benissimo a ignorare il messaggio di Arecibo, ma che - sono sicura - non hanno potuto evitare di rivolgere a me i loro orecchi misericordiosi - o quantomeno curiosi - raggiunti dalle molteplici imprecazioni che emetto in questi giorni a ogni nuova cosa, ogni libro, ogni indumento, ogni oggettucolo da sistemare che mi si para davanti.

Si tratta di esclamazioni, espressioni apotropaiche, preci, che, per disperazione e nel vano tentativo che abbiano l’effetto di un “Abracadabra” salvifico, pronuncio travalicando i confini linguistici dell’idioma materno, sconfinando verbalmente anche in altre aree del pianeta conosciuto, forse illudendomi che, così facendo, di qualsiasi nazionalità sia un supposto ente superiore, abbia pena di me e faccia scomparire d’intorno tutto ciò che deve ancora trovare una collocazione - e che mai l’avrà.
Tutto, ma non le numerose torri di libri, tutto ma non le parole, su questo siamo già d’accordo. E che stiano un po’ dove vogliono, i libri e le parole, anche perché non potrei mai sopportarli tutti geometricamente incasellati e ordinati sui ripiani, senza la men che minima sbavatura.
Perché c’è un limite anche all’ordine…sì, deve pur esserci un margine di manovra, un’aura di caos benefico, una sbavatura, un orlo.
Un’eccedenza
, ecco. La parola giusta è quella.

Ma andiamo con ordine…anche perché ho idea che il vero senso delle cose - e delle parole - risieda proprio in quel bordo sfrangiato. L’ordine del caos, parrebbe di poter dire.

A questo proposito, viene a darmi manforte addirittura il libro dei libri, quello presente nel maggior numero di esemplari sia nella mia piccola e modesta biblioteca, sia addirittura sul verde pianeta che ci ospita. Se un libro dev’esserci nel cassetto del comodino di ogni hotel e motel del mondo, immaginari o, hollywoodiano o reale, sappiamo bene quale sia.

Ed è fin dall’inizio della “storia” che si parla delle parole e del magico potere che avrebbero:
“In qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome” (Genesi, 2,19).
Viene da pensare che quella famosa somiglianza che avremmo con chi ci ha creato stia proprio nel fatto di poter nominare le cose, il potere della parola, più che l’immagine e la somiglianza con un volto divino che rimane invece ineffabilmente sconosciuto - sfiorando appena, qui, il fatto che il nome stesso di Dio sia quel “logos” che si declina a sua volta in mille diverse parole.In altre parole, un logos che impregna di sé la carne in cui si è infiltrato, tanto da essere il linguaggio inscindibilmente essenziale all’uomo.
Senza nulla togliere a Shakespeare, pare che, più che di sogni, “siamo fatti della stessa sostanza delle parole”, a dirla - come non mi dispiace affatto fare - con Andrea Moro e il suo “Parlo dunque sono”.
E, già che sono in biblioteca a sistemare parole, e trovandomi ancora “nell’avanti qualcosa”, nella tempesta che attende la sua quiete - o meglio, nella quiete che richiede la sua tempesta per prendere vita - mi sovviene un altro “ante” che forse più d’ogni altro al mondo ha cambiato il corso degli eventi e delle umane vicende, visto il “post” che ne seguì e che tuttora è: Babele.
Ora, non mi inerpico sulle mura della biblica Torre, anche perché crollarono a suo tempo e quindi non sono più. Pertanto rimango in bilico su questo sgabello di fortuna e, piuttosto, mi aggrappo ai ricordi: è dai tempi del catechismo che si è inciso a chiare lettere nella mia memoria il vero e proprio bailamme linguistico post-babelico che l’arroganza umana scatenò nel tentativo di edificare la verticale costruzione.
Prima di tale misfatto, però “tutta la terra aveva una sola lingua e la stessa parola” (Genesi, II, 1).


Un sogno: l’originaria unità linguistica “paradisiaca” e quindi la totale e lineare comprensione tra gli uomini, spezzata poi, sì, dall’arroganza di voler arrivare fino al cielo, ma anche dalla loro volontà di “costruire un nome”, di dare un nome alla Torre e alla Città, per non disperdersi su tutta la Terra.

Ma com’era quella lingua “sacra”, univoca, che permetteva a tutti gli uomini di comprendersi senza margine d’errore?

Mi è capitato fin dai tempi del famoso catechismo di pensare che forse sarebbe meglio avere una lingua universale unica, potersi tutti capire senza equivoci, indipendentemente dalle latitudini, dalla provenienza, dalle geografie personali. Che meraviglia!
Eppure, prima di trarre conclusioni affrettate e subirne le drammatiche conseguenze, forse c’è un trucco da smascherare anche qui, o meglio, una profondità da sondare e percorrere, da bravi speleologi.
Perché c’è da chiedersi: in realtà non è forse una lingua del genere una condanna, l’esercizio di un “imperialismo linguistico” a cui l’uomo sarebbe asservito, una lingua di mero comando, il comando della costruzione della Torre, una lingua priva di quell’eccedenza di senso, prendendo in prestito l’idea e la parola da Levinas, quello scarto d’interpretazione che invece pare essere l’espressione pura e autentica della libertà umana?


La pluralità del linguaggio e la pluralità delle lingue che Dio decise di generare non sarebbero allora una condanna e un castigo, bensì un dono.

Sì, la liberazione dal rischio di essere asserviti alla violenza colonialista del linguaggio senza “eccedenza”, la liberazione consistente nella “dismisura” della lingua umana e nella molteplicità delle lingue conseguenti alla dispersione delle genti sulla Terra, che è poi il superamento del rischio della lingua univoca e “sacra”.
La pluralità delle lingue e quel cono di incolmabile e bellissima possibilità di interpretazione sono quanto permette di accorgersi dell’alterità dell’altro e dell’illusorietà che il reale possa ricondursi a quella universalità del pensiero - e della parola - innaturale e mortale, una ragione da disarmare.

Dio, che ci piaccia o no, che ci sia o meno, ce l’ha fatto capire:: l’infinito non si riduce al silenzio di una sola lingua imposta e a cui assoggettarsi e dalla quale lasciarsi soggiogare, una lingua dei numeri, una lingua artificiale.

Dio sta a Babele come l’uomo sta all’AI, in poche parole?
Forse sì, e però non c’è nulla da distruggere questa volta, se abbiamo imparato la lezione; piuttosto, da accogliere, perché quello delle AI è pur sempre un linguaggio, una delle tante diverse lingue nostre.

La verità non ha un solo linguaggio: la parola dice e con ciò svela, e intanto pure cela, perché il suo gioco è quel misterioso rimando ad altro, essendo un ponte e non un punto finito, oggettivabile.

Eccole le parole, in tutti questi libri, ma ancor più quelle da me pronunciate e quelle a me dette, che vengano a turbare la mia casa, a dirmi di me e dell’altro.

E perché la parola possa dispiegarsi, le lascio qui e ora, una volta tanto, il mio silenzio.

Ho lasciato una terra che non
era la mia, per un’altra,
che più non è.
Mi sono rifugiato in un vocabolo
d’inchiostro, avendo il libro
per spazio,
parola di nessun luogo,
quella oscura del deserto.
Non mi sono coperto la notte
Non mi sono protetto dal sole.
Ho marciato nudo.
Da dove venivo non aveva senso.
Dove andavo non inquietava nessuno.
Dal vento, vi dico, dal vento.
E un po’ di sabbia nel vento.

Edmond Jabes

(Le illustrazioni sono di Renato Moriconi: “Telefono senza fili” )

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