Deus nobis haec otia fecit

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Deus nobis haec otia fecit

Nane Cantatore

Pubblicato il 26 Aug 2021

Nel pezzo precedente, ho passato in rassegna i modi in cui diversi network possono essere messi in crisi dalle trasformazioni. La società del capitalismo cosiddetto postfordista, che ha superato il vecchio paradigma dell’organizzazione “top-down”, si configura come una rete a invarianza di scala. Ciò significa che ci sono alcuni hub iperconnessi che dominano il complesso delle relazioni economiche, la trasmissione di informazioni e la costruzione di relazioni.

Sarebbe superficiale collegare questo modello soltanto alla rivoluzione digitale. Le grandi corporation industriali, infatti, ai sono organizzate in network già a partire dai tardi anni Sessanta, con una casa madre che integrava decine, se non centinaia di aziende più piccole in una filiera unica molto flessibile. Lo stesso vale per l’architettura societaria, con il modello delle holding e per la finanza, anch’essa organizzata in reti articolate intorno a poche clearing house.

La rete dei poteri consolidati

Questo è anche il limite della famosa teoria della disruptive innovation, l’idea che le grandi innovazioni mettano in crisi lo status quo e favoriscano l’emergere di soggetti più efficienti. Infatti, sembra che questo principio possa valere solo all’interno di settori nuovi, in cui i network non si siano ancora sufficientemente consolidati. Guardiamo il mondo dell’IT: vent’anni fa, i giganti crollavano o venivano assorbiti in poco tempo, oggi i grandi protagonisti sono sempre in auge, inscalfibili. Dall’altra parte, il fatto che le istituzioni pubbliche e la politica siano ancora legate a una struttura rigida e centralizzata mi pare un fattore non secondario nella crisi della democrazia rappresentativa.

Ma questa è ancora una descrizione astratta: stiamo descrivendo un mondo di pure strutture, un pianeta alieno in cui i processi si organizzano in modo puramente formale. Le vite delle persone si svolgono su di un altro pianeta, che ne ospita le fatiche, i desideri e le inquietudini. Ed è proprio qui, dove trascorriamo le nostre vite e hanno luogo le dinamiche reali, che si determinano anche le algide forme del mondo parallelo.

Work e job

Uno dei fenomeni più rilevanti che avvengono da questa parte dell’universo è la trasformazione del lavoro. Come scrive Richard Sennet nell’Uomo flessibile, (qui il primo capitolo, in inglese), questa trasformazione ha cambiato in profondità la nostra stessa identità. Il punto centrale, per Sennet, sta nella questione tra job e work. I due termini, infatti, sono solo apparentemente sinonimi. Il primo indica un oggetto intercambiabile, uguale a tanti altri e tranquillamente sostituibile, tanto che deriva da un antico termine sassone per il pezzo di legno, il tronco tagliato. Work, invece, è un’altra parola germanica e corrisponde al latino opera: il lavoro di un autore, un’impresa che si compendia in un prodotto e produce senso. Oggi a prevalere è il job: le politiche pubbliche cercano di creare jobs (posti di lavoro), la grande paura è di diventare jobless (disoccupati), il mercato del lavoro e le relative offerte sono job market, job offer.

Dall’altra parte, una modalità fondamentale per affermare la nostra esistenza nel mondo è proprio il lavoro. Da san Benedetto a Locke, dagli enciclopedisti a Adam Smith, da Hegel a Marx, fino a Weber e Horkheimer-Adorno; insomma, almeno dal Medioevo in poi, il lavoro è al centro. Questa centralità è spiegata, ancora una volta, magistralmente da Hegel: lavorando, io trasformo qualcosa di esterno a me in qualcosa di rispondente a me, per soddisfare i miei bisogni o esprimere le mie idee. Il lavoro è il mezzo con cui la mia soggettività entra nel mondo, per mettersi alla prova, trasformarsi ed entrare in contatto con gli altri.

Lavoro, scambio, società umana

Il senso fondamentale della società umana è proprio nello scambio dei lavori: io soddisfo alcuni miei bisogni con il prodotto del lavoro di altri, e viceversa. Per usare le parole di Hegel (Filosofia del diritto, § 196 - per chi volesse approfondire il tema, rimando spudoratamente a un mio saggetto):

La mediazione di preparare e di procacciare ai bisogni particolarizzati mezzi adeguati, parimenti particolarizzati, è il lavoro, il quale attraverso i procedimenti più svariati specifica per questi molteplici fini il materiale fornito immediatamente dalla natura. Questo dar forma dà ora al mezzo il valore e la sua adeguatezza al fine, così che l’uomo nel suo consumo si rapporta precipuamente a produzioni umane e sono tali fatiche, ch’egli consuma.

Dunque il lavoro, proprio perché è intrinsecamente mio, ha anche un valore per altri, è universalmente umano e dunque si presta a essere scambiato. Il work è sempre anche job, una realtà che in ogni momento cessa di essere espressione della mia personalità per diventare un oggetto sociale astratto. Hegel, già nel 1820, ne ha subito tratto le necessarie conclusioni e infatti subito dopo il passo appena visto (§ 198) scrive:

L’universale e oggettivo del lavoro risiede però nell’astrazione, la quale effettua la specificazione dei mezzi e bisogni, con ciò parimenti specifica la produzione e produce la divisione dei lavori. Il lavoro del singolo grazie alla divisione diviene più semplice e grazie a ciò diviene più grande l’abilità nel suo lavoro astratto, così come la quantità delle sue produzioni. In pari tempo questa astrazione dell’abilità e del mezzo rende compiuta fino a necessità totale la dipendenza e la relazione reciproca degli uomini per l’appagamento dei restanti bisogni. L’astrazione del produrre rende inoltre il lavoro sempre più meccanico e quindi alla fine idoneo a che l’uomo possa ritrarsene e far entrare al suo posto la macchina.

Tocca alle macchine

Insomma, alla faccia di Elon Musk e dell’invenzione del robot. La sostituzione dell’uomo con la macchina non è una diavoleria della tecnologia moderna e nemmeno solo un portato dell’industrializzazione, ma una possibilità fondamentale del lavoro come oggetto sociale, come job. Una possibilità che si radica nello stesso concetto di lavoro e che oggi si avvicina alla sua realizzazione.

Ma perché ci preoccupiamo tanto, allora? Perché la prospettiva di diventare jobless ci atterrisce tanto? Perché dobbiamo pagare le bollette e fare la spesa, chiaro. Perché sul nostro pianeta, per soddisfare i nostri bisogni - per accedere al prodotto del lavoro altrui - dobbiamo lavorare. Ma se questi bisogni possono, almeno in parte, essere soddisfatti senza il lavoro di altri umani, perché non possiamo accedere al soddisfacimento di questi senza dover lavorare?

Perché la struttura attuale della nostra rete sociale si fonda sulla famosa configurazione a invarianza di scala, dove il principale connettore è il valore prodotto. E affinché gli hub possano esercitare il loro predominio sugli altri nodi, è necessario che questi ultimi debbano connettersi ai primi. Il denaro che passa di mano in mano è il veicolo di queste connessioni: l’equivalente universale, astratto e completamente fungibile, che resta uguale a se stesso in ogni transazione. Per avere accesso al denaro, e quindi per alimentare il network, bisogna lavorare: un lavoro che è, appunto, soltanto job, definito nel suo mero significato estrinseco, anonimo, astratto. Una faccenda da macchine, che resta umana soltanto perché così vuole la forma del network.

Il nobile ozio

Al di qua di questa astrazione, sul nostro pianeta reale, appodiamo così a una distinzione ancora più antica: quella tra labor e otium. Il primo è il lavoro come fatica, la pena del servo, costretto a produrre per altri. Il secondo è l’agiatezza operosa, sollevata dalla necessità della fatica ma libera di produrre per piacere e vocazione. Fin dai tempi di Virgilio, l’otium è l’ideale della vita degna di essere vissuta, accessibile ai privilegiati grazie al lavoro servile. Qualche volta, come nel ruffianissimo poema dedicato a magnificare la munificenza di Augusto, capitava anche a un povero bovaro di poter dire che deus nobis ex otia fecit. Insomma, un potere superiore poteva trasformare il labor in otium, per sua unilaterale concessione.

Adesso questo potere è disponibile, nella forma della macchina, e lo sarà sempre di più. Saremo capaci di conquistare il nostro otium, senza per questo dover divinizzare i robot, le AI o i loro padroni?

Sono felice di vederti qui!

Sono Michele Laurelli, fondatore di Algoretico. Quello che hai letto è solo una piccola parte di ciò che facciamo. Curioso di scoprire di più?

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