Dei, macchine e cittadini

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Dei, macchine e cittadini

Nane Cantatore

Pubblicato il 1 Sep 2021

Se davvero le macchine prossime venture potranno rendere disponibili prodotti e servizi quasi senza lavoro umano, allora tutto questo bendidio dovrà necessariamente essere accessibile (quasi) gratis, in altre parole non sarà più necessario lavorare, almeno per soddisfare un certo livello di bisogni, tendenzialmente sempre più ricchi e sofisticati. Gratis: a seguire l’etimologia, per grazia. Una concessione da parte di un’autorità superiore, se non divina, che sospende l’usuale rigore per ragioni proprie. Una sospensione che, ovviamente, rafforza l’autorità che la concede, capace di coniugare all’attributo della potenza quello, altrettanto divino, della bontà.

Per riprendere la domanda conclusiva del mio articolo precedente, dobbiamo ora chiederci se la condizione di effettiva dipendenza in cui ci troveremmo non finirebbe per farci prostrare di fronte a queste nuove divinità. Ma perché dovremmo farlo? Perché ci troviamo così spesso a pensare alla tecnologia, e in particolare alle intelligenze artificiali, in termini quasi religiosi? Ci viene in aiuto nientemeno che Norbert Wiener, il fondatore della cibernetica. Nel suo God & Golem, Inc. (M.I.T. press, 1963; trad. italiana Dio e Golem spa, Bollati Boringhieri), Wiener afferma che

ci sono almeno tre temi nella cibernetica che mi sembrano significativi rispetto a questioni religiose. Uno di questi riguarda le macchine che apprendono; uno le macchine che si riproducono; il terzo, il coordinamento tra macchina e uomo.

Cibernetica e religione

La cibernetica, in altre parole, ha aperto la strada a macchine capaci di funzioni prima tipiche degli organismi viventi, e in particolare degli umani. Da un lato, questo è un ulteriore passaggio di quello che Weber definiva il disincantamento del mondo e che è tipico della scienza moderna (come la teoria dell’evoluzione). Dall’altro, ciò apre orizzonti inediti, nei quali gli attributi divini di onnipotenza e onniscienza vengono conferiti non agli uomini, ma alle macchine.

Ai tempi di Wiener, ciò significava soprattutto il pericolo di affidare ai calcolatori i processi decisionali di attivazione degli armamenti nucleari. Ai nostri giorni, vuol dire soprattutto lasciare che le macchine si prendano cura di noi. Lo fanno già: affidiamo una parte sempre maggiore delle nostre scelte ai suggerimenti degli algoritmi e praticamente ogni aspetto delle nostre vie, dal lavoro al tempo libero, dalla cura della salute fino alla ricerca del partner è mediato da un sistema digitale.

Dalla tecnologia alla società

Secondo uno schema che avevo provato ad abbozzare qualche settimana fa, una tecnologia produce una trasformazione di sistema attraverso passaggi abbastanza definiti. In estrema sintesi, una serie di miglioramenti incrementali a processi noti innesca una transizione di fase che rende obsolete le forme organizzative precedenti. In altre parole, un dato tipo di tecnologia e di assetto produttivo si traduce in una corrispondente forma sociale e culturale, che a sua volta orienta lo sviluppo scientifico e tecnologico.

Per millenni della storia umana, le tecnologie di riferimento hanno usato le forze della natura (vento, acqua, lavoro umano e animale) con un moltiplicatore molto basso. Conseguentemente, le attività produttive erano di tipo artigianale, con una prevalenza dell’agricoltura e capitali prodotti solo dal commercio. Tutto ciò, in ogni parte del mondo, ha prodotto un’organizzazione sociale e culturale simile: gerarchie rigide, sapere contemplativo, forte ritualizzazione. In altre parole, un paradigma fondamentalmente religioso.

Le grandi trasformazioni avvenute nell’Europa a partire dal Quindicesimo secolo hanno segnato una sostanziale separazione delle tecniche produttive dal modello naturale. La possibilità di organizzare attività produttive su vasta scala e con modelli organizzativi di tipo industriale è andata di pari passo con lo sviluppo di modelli sociali dinamici e strutturati. La modernità industriale, in altre parole, è anche il tempo delle grandi rivoluzioni, in cui la capacità di progettare da zero grandi organizzazioni produttive si è tradotta in progetti sociali altrettanto ambiziosi. Possiamo definire questo paradigma come scientifico, o scientifico-ingegneristico: anche la filosofia moderna, in fondo, è stata la progettazione di grandi sistemi.

Il dominio dell’economia

Se ne parliamo al passato, è perché questo stesso modello ha posto le basi per il proprio superamento. Ciò è avvenuto in due direzioni: la prima è la smaterializzazione dei flussi di dati e il superamento delle grandi organizzazioni industriali della modernità classica. La seconda è il processo di finanziarizzazione, per cui la ricchezza si è sempre più separata dai processi produttivi per andare (tornare, forse), verso la proprietà. Nell’impossibilità di costruire grandi progetti con l’ambizione di rifondare la società umana e nella conseguente frammentazione dei legami e dei saperi, il denaro è emerso come unica forma unificante. E infatti la società di oggi ha come sapere di riferimento l’economia, spesso in quella veste pseudoscientifica che già Wiener criticava:

L’uso di formule matematiche ha accompagnato lo sviluppo delle scienze naturali ed è divenuto il modello delle formule sociali. Proprio come i popoli primitivi adottano la moda occidentale di un abbigliamento senza connotazioni nazionali e del parlamentarismo, in base alla vaga sensazione che ciò li porterà al livello della scienza e della tecnica moderna, così gli economisti hanno preso l’abitudine di rivestire le loro idee imprecise con il linguaggio del calcolo infinitesimale.

Sono passati quasi sessant’anni dal testo di Wiener, e si sentono tutti. Oggi i “popoli primitivi” non si vestono più all’occidentale e usano la tecnologia digitale mentre impongono il burqa. Allo stesso tempo, l’economia o, per meglio dire, quella forma particolare che è la finanza, ha ormai assunto caratteristiche quasi esplicitamente religiose. Che cos’altro è, infatti, un sistema nel quale una casta di iniziati manovra forze al di là della portata dei comuni mortali e ne decide il destino, colpendo con i suoi anatemi qualunque tentativo di fare altrimenti?

Un paradigma già in crisi

Ma la forma economica non è una legge della fisica, che possiamo al massimo scoprire ma non certo modificare. Essa è una modalità di organizzazione sociale, che a sua volta trae la sua legittimazione razionale solo dall’efficacia con cui è in grado di usare la tecnologia disponibile. Il punto è che oggi esistono almeno due linee di tendenza fondamentali che vengono più ostacolate che favorite dal paradigma oggi vigente.

Il primo aspetto riguarda lo sviluppo: il modello decentrato e adattativo, esemplificato dall’open source, è molto più efficiente di quello basato su asset a proprietà controllata. Da questo punto di vista, gli sviluppi della blockchain segnano un ulteriore punto di crisi. Per il secondo, resta irriducibile l’intervento di quello che potremmo chiamare uno strato politico. Lo si vede nel caso della crisi climatica, che può essere affrontata solo a partire da una dimensione sovranazionale e pubblica. Lo si vede, ancora più, nella gestione delle nuove forme di bisogni sociali che non possono essere soddisfatti dalla semplice economia di mercato.

Il concetto di reddito universale di base, variamente declinato e ancora nelle sue prime fasi di elaborazione, ha un indubbio punto di forza: parte dalla realtà della tecnologia di oggi. A rendere possibile la produzione, e il conseguente soddisfacimento dei bisogni, non è un dio, ma le macchine. Guardandole per quello che sono, vediamo che non si tratta quasi più di risorse su cui sia possibile esercitare un controllo monopolistico, ma di applicazioni sempre più disponibili. Ciò significa che stiamo parlando di una realtà concreta, come concreti sono i bisogni sociali e individuali, rispetto a cui la rigidità dei flussi di capitale è più un ostacolo che una risorsa.

La macchina non è un dio: non ha bisogno di preti e servitori fedeli. Ha bisogno, invece, di essere continuamente usata, stimolata, migliorata. Ha bisogno di soggetti adulti, liberi, consapevoli, responsabili e informati, che la sappiano usare con cognizione di causa. In altre parole, di soggetti detentori di diritti. Non è una situazione semplice: da molti punti di vista, affidarci alle cure di un potere superiore è più facile. Ma costruire una infrastruttura di diritti digitali, capace di sfruttare appieno lo sviluppo tecnologico e di portarlo ancora più avanti, non è solo una speranza. È una necessità.

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Sono Michele Laurelli, fondatore di Algoretico. Quello che hai letto è solo una piccola parte di ciò che facciamo. Curioso di scoprire di più?

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