DALL'ALTO DEL CAMMIN DI NOSTRO DRONE

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DALL'ALTO DEL CAMMIN DI NOSTRO DRONE

Arianna Bonino

Pubblicato il 18 Jul 2021

O big Drone
you alleviate much,
the waste, the pain

L. Macadams JR

Fino a qualche anno fa, quando sentivo pronunciare la parola “drone", non riuscivo ad associarla ad un oggetto ben specifico, delimitato, connotato. Era una parola che evocava tecnologia, ma anche fantascienza, futuro. Ma questo riguarda il passato. Non è da ieri infatti che non si ha più alcuna incertezza nell’associare un’immagine ben chiara e una funzione specifica (anche più d’una) al termine “drone”.

A guardar bene, il termine deriva dall’inglese ed è una parola che indica il maschio dell’ape e che a sua volta deriva da un verbo germanico occidentale che significa “risuonare”. Quindi, con ogni probabilità questo termine si impiega sia per gli insetti che per i droni perché condividono il rumore e l’abilità del volo.
D’altronde è lo stesso Ente Nazionale per l’Aviazione Civile in Italia che, riferendosi ai droni, li definisce come “Mezzi Aerei” e aggiunge però “a Pilotaggio Remoto”, distinguendone poi due categorie e precisamente i SARP (Sistemi Aeromobili a Pilotaggio Remoto), mezzi impiegati o destinati all’impiego in operazioni specializzate (lavoro aereo) e gli Aeromodelli, impiegati invece per scopi ricreazionali e sportivi e che non sono ricompresi tra quelli regolati dal Codice della Navigazione.
Eppure tutti navigano. Questo è il punto centrale. Per aria, ma navigano. Nascono proprio per la loro capacità di sorvolare e vedere da una prospettiva strategicamente cruciale, impossibile da inquadrare diversamente; infatti i droni nascono in ambito militare e solo in seguito l’impiego si estende ad altri settori, cosiddetti “civili”.
RPA, ROA, RPV, UAV e UVS: ci si imbatte in sigle diverse, che stanno ad indicare funzioni e specifiche diverse, ma che si riconducono pur sempre ad un mezzo più o meno sofisticato che si sposta in volo “da solo” e vede le cose dalla sua prospettiva.

Sì, perché Il drone altro non è se non un velivolo senza pilota e quindi comandato a distanza.
Ora, se si trattasse solamente di volare, allora non potremmo certo ricondurre al drone questa come prerogativa. Non basta, perché altrimenti sarebbe un drone anche un aeroplanino di carta.
Il drone per essere tale fa una cosa ben precisa: si alza sì in volo, certo, ma porta con sé un sensore che vede, raccoglie dati e, di frequente, è in grado anche di trasmetterli, spesso in tempo reale, a un destinatario, umano o meno che sia.
Non sarà soddisfatta solo la velleità di chi voglia vedere le cose dall’alto, quasi come se fosse un’aquila reale, ma anche la mia, io che fin da piccola mi chiedevo come fosse fatto il dentro delle cose, il dietro delle porte, dei muri, il dopo delle cose, perché lo sapevo che le cose là dietro continuavano, anche dove non potevo vedere oltre.
Sono tanti gli esempi di riprese dronizzate che grazie alle doti di volo di questi mezzi permettono finalmente di prolungare lo sguardo “oltre”. M’incanta sapere, grazie all’esplorazione di un drone, cosa ci sia dietro il rastrello che porta via i birilli abbattuti dalla palla da bowling, come ho potuto vedere qui.

Quindi, ciò che contraddistingue questi dati dronizzati, queste informazioni catturate in volo, è che sono di tipo squisitamente visivo e non di altro genere. E questa non è una piccola cosa. Icaro non c’entra niente: lui volava tutto intero, con tutto il suo corpo, spostava sé e si poneva in una prospettiva diversa.
Col drone accade un’altra cosa.
Che cosa di noi vola quando vola un drone? Il nostro sguardo e non l’intero corpo.

Il drone fa due cose ben precise, allora:
1. mi porta a vedere dove io non posso, estrae la visione e la porta in giro
2. raccoglie una quantità immensa di dati visivi

E, in quanto dati, le informazioni raccolte dal drone possono essere suscettibili di ulteriori usi ed elaborazioni; collocandole in un contesto assumono una funzione. Ciò avviene in genere in un momento successivo alla fase di volo e raccolta e spesso questa contestualizzazione - e cioè interpretazione del dato registrato dal drone - è affidata ad altri. Questi altri possono essere certamente umani, ma anche AI.

Dronizzare lo sguardo significa allora poter estendere un senso, fino a costituire una nuova dimensione sensoriale attraverso le immagini che il drone può raccogliere.
Quando comandiamo un drone, non stiamo comandando un oggetto, ma lo spostamento del nostro punto di vista.
Questo non lo fanno solo i droni militari a scopo bellico o quelli civili a scopo di monitoraggio ambientale, sorveglianza degli ecosistemi, studio del territorio e delle architetture, con tutte le innumerevoli applicazioni a cui tutto ciò può portare.
Il drone non è soltanto il prolungamento dello sguardo di un archeologo, di un urbanista, di un geologo, di uno stratega militare o di un ragazzino che gioca nel parco con la sua “ape evoluta”.

Ma il drone può diventare anche è anche il prolungamento dello sguardo poetico. Questo è successo con Bernardo Pacini e il suo “Fly Mode” (Amos Edizioni), una raccolta poetica strana, anomala, del tutto particolare.

La voce narrante infatti è un drone, che permette al poeta una visione panoramica inedita, un sorvolare, un’esplorazione nuova.
Pacini non si limita a delegare al drone il suo sguardo, ad estenderlo. Il drone qui è sia soggetto che vede e parla e scrive, ma è anche oggetto di studio, di analisi, di descrizione a sua volta. E il linguaggio del drone diventa linguaggio poetico, e viceversa, arricchendosi di tecnicismi senza con ciò perdere in densità e potenza, tutt’altro:

Ma quello che accade con Pacini non è né il tentativo di andare oltre l’io umano attraverso l’estensione tecnologica fornita dal drone e nemmeno l’overloop visivo a cui il drone sembra contribuire per definizione. Pacini fa qualcosa di diverso: il suo è un dialogo con la macchina, è un interrogare il drone e interrogarsi attraverso il drone, esteriorizzarsi e disumanizzarsi in un momento, amplificando il visto attraverso la prospettiva aerea - ma anche subacquea - del drone e, anche, riconoscere che quanto più il senso della vista si estende artificialmente con il drone, tanto più si assottiglia la consapevolezza, la volontarietà, di cui il drone di per sé è privo.
Pacini sonda e descrive la performatività dello sguardo artificiale nelle sue diverse possibili declinazioni. E lo scopo non è giungere ad una scoperta, come si coglie anche dall’exergo affidato a Roberto Bolaño: “El resto, más que una historia o un argumento, es un itinerario.”

Il drone vede, quindi. Vede al posto mio, è il prolungamento del mio sguardo, mi permette di portare i miei occhi - solo loro - dove diversamente non potrei mai arrivare.
Ma come è vero che il drone vede, altrettanto è vero che il drone non pensa: la possibilità di pensare è al di fuori dello sguardo. Non è un caso che l’itinerario percorso da Pacini parta dall’ampia panoramica che tocca Aleppo, Firenze e Stati Uniti e che termini poi con un viaggio in un interno intimo, che è quello dell’accudimento del nonno.

E’ vero che le immagini sembrano non bastarci mai e se è vero - come pare - che vorremmo vedere tutto, il drone può rispondere a questa esigenza, rendendo tutto visibile.
C’è chi rimane ore a guardare le immagini trasmesse da un drone fisso che riprende un deserto o un qualsiasi altro quadrato di mondo: ore e ore di immagini di cose che da insignificanti diventano cose dotate di un significato speciale: da paesaggi passano ad essere scenografie, il reale si tramuta in scena, proprio perché ripreso, perché trasmesso, perché dronizzato.
Non è una cosa da poco: il drone è una tecnologia che genera significato.

Era già successo qualcosa di simile, se non ricordo male. Un tizio, un giorno, aveva preso una cosa qualunque e l’aveva espunta dal suo contesto “normale”, isolandola e collocandola in un altro contesto. Quel tizio si chiamava Marcel Duchamp e quella cosa era un volgare vespasiano. Ma un minuto dopo era diventata arte.

Sono felice di vederti qui!

Sono Michele Laurelli, fondatore di Algoretico. Quello che hai letto è solo una piccola parte di ciò che facciamo. Curioso di scoprire di più?

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