BUONANOTTE, GIORNO

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BUONANOTTE, GIORNO

Arianna Bonino

Pubblicato il 20 Sep 2021

La notte assomiglia a un grande black-out.

Lo è. Sarà per questa ragione che mi piace. Un buio che assorbe e cristallizza tutto, esclude la vista, riverbera ogni impulso restituendolo verso l’interno dello sguardo, permette – o impone - lo scandaglio di anfratti esclusi e trascurati dagli scenari diurni.

La notte è un posto anche silenzioso, oltre che buio, sembra un’origine, ha la bellezza di una cosa nuova, ogni volta. Tutto più pulito. È un vuoto, la notte, un infra-spazio personale nel quale tutto è possibile, anche se magari poi rimane silenzioso e vuoto, non agito. Ha le sembianze di una morte momentanea, un transitorio anonimato dall’essere e dal fare.

Il buio e il silenzio riscrivono le coordinate del mondo, lo rendono primitivo, ergono una libertà infinita e totale, tanto da fare a meno di tutto, anche di chi la usi.

La notte è un Sabbath personale e privato, la festa dove si può non essere al mondo, quasi non essere mai stati presenti in alcuna forma e, se lo si vuole, incominciare a esserlo, a fare, o prendersi la libertà di non violare quel silenzio, non inciderlo.
Lo spegnimento delle luci, accompagnato dal silenzio anodino di quel tempo diverso e di quel modo diverso di scorrere e trascorrere, somiglia a una genesi. Lo è.

Tutti gli esseri umani dormono e lo fanno generalmente di notte, che è proprio come la sostanza del buio da cui si esce nascendo e, intanto, anche quella del buio in cui si entra alla fine.
Il sonno impegna un terzo della vita media di un essere umano. E, poco o tanto che si dorma, è nella notte che si vive per metà della propria esistenza.

Tra i libri che devo a mio padre, ce n’è uno che descrive in modo insuperabile il momento in cui si genera l’incantesimo del vuoto di cui parlo:

La lunga storia del sonno notturno dell’umanità diventa comprensibile se osserviamo la natura, perché risulta subito evidente la peculiarità di questo periodo di riposo ogni 24 ore, intervallo che corrisponde alla durata del giorno solare, determinata da una rotazione del nostro pianeta nel suo giro attorno al sole. Piante e fiori muovono le foglie secondo un ritmo giornaliero che persiste anche quando vengono trasportati in caverne profonde, a oscurità e temperatura costanti. È quasi impossibile trovare una creatura vivente la cui attività non si arresti almeno una volta al giorno. Le aragoste si immobilizzano. I molluschi respirano con meno vigore. Le farfalle di notte ripiegano le ali, si attaccano a un filo d’erba, e rifiutano di muoversi fino a un’ora decente del mattino…Durante la notte, alcuni pesci giacciono su un fianco sul fondo dell’acquario. Altri galleggiano a fior d’acqua. I pesci-palla della costa “dormono” nella sabbia, dove l’acqua è bassa, spesso in gruppi, stretti gli uni agli altri. Rane, lucertole, tartarughe rimangono immobili per lunghi periodi. Ogni creatura sembra riflettere, nell’alternarsi di attività e riposo, l’eredità biologica della rotazione terrestre e delle fasi lunari…L’uomo è un animale che ama la luce…la luce lo desta e l’alba è stata la sua sveglia per molte migliaia di anni…” (“Il sonno” di G.G. Luce e J. Segal, Garzanti).

La notte sembra essere stata inventata per non fare, per sospendersi, per guardare altrove rispetto agli orizzonti del visibile diurno: un amor vacui iscritto dal circa dies a negativo fotografico del tempo illuminato.

Eppure, giorno dopo giorno, notte dopo notte, un’invasione rumorosa di impulsi e oggetti e stimoli nuovi ha eroso instancabilmente quei silenzi, quel buio. Ci siamo lasciati distrarre dalle cose. La notte si è riempita di luci, il silenzio di suoni. Tanto di questo ingombro lo dobbiamo al digitale. Non si tratta solo di effetto ottico, di disturbo del ciclo sonno/veglia. Abbiamo pervaso il nostro tempo e il nostro spazio di illuminanti tecnologie, miracolosi strumenti che si mettono al nostro servizio per aprire mondi e scenari nuovi, che prendono e conservano il nome di progresso. Certo, ben venga il progresso, anche perché “Una civiltà è, per essenza, un insieme di pensieri e decisioni elevate prodotte nei secoli, ma significa anche riversare questi contenuti in forme salde, così che ora, senza darsi pensiero delle limitate capacità delle anime mediocri, queste ultime possano essere trasmesse oltre e sopravvivere non solo al tempo, ma anche agli uomini”, come scrive Arnold Gehlen ne “L’uomo delle origini e la tarda cultura” (http://mimesisedizioni.it/l-uomo-delle-origini-e-la-tarda-cultura.html)
Ma per questo è meglio rimandare al prezioso articolo di Nane Cantatore “Dei , macchine, cittadini”, qui: https://www.algoretico.it/blog/dei-macchine-e-cittadini/

È una questione di conoscenza e di padronanza dei mezzi, allora.

Tutti abbiamo vissuto il momento sospeso del black out fin da bambini. Un brivido desiderabile, la momentanea nudità e vulnerabilità del nulla, la balìa dell’ignoto, dell’impotenza, dell’andare a tentoni nell’oscurità di una casa che credevamo di conoscere, che pensavamo fosse nostra e che tutt’a un tratto si dimostra misteriosa e potenzialmente minata di rischi e pericoli imperscrutabili.

Quel black out ci piaceva, perché era come un gioco. Ma un bel gioco dura poco.

C’è chi si è chiesto però cosa accadrebbe se quel gioco invece iniziasse e non smettesse più. Cosa accade quando la tecnologia non funziona più, cosa faremmo di fronte alla rivolta delle cose che smettono di funzionare? Le cose in questione sono gli schermi, estesamente intesi e presenti in infinite teorie di dispositivi che imperversano indispensabili nel nostro giorno e nella nostra notte.

Don Delillo, l’ha immaginato nelle pagine de “Il silenzio dove accade che, senza preavviso, un giorno, in un preciso istante, tutti gli schermi si spengano. Televisori, tablet, cellulari. Tutto buio, tutto silente:

A quel punto successe qualcosa. Le immagini sullo schermo cominciarono a tremolare. Non era una normale distorsione del segnale: c’era un senso di profondità, forme astratte che si componevano per poi dissolversi secondo una cadenza ritmica, una serie di unità elementari che davano l’impressione di proiettarsi in avanti per poi retrocedere. Rettangoli, triangoli, quadrati. E loro lì, a guardare e ascoltare. Solo che non c’era niente da ascoltare. Il telecomando era a terra, davanti a Max, che lo prese e cominciò a schiacciare ripetutamente il tasto del volume: niente audio. E poi a un certo punto lo schermo diventò nero. Max schiacciò il tasto di accensione. On, off, on. Controllò il cellulare, lo stesso fece Diane con il suo. Morto. Ecco, tutto morto, d’un tratto.”

E adesso?

Provo a interrogare Marlene Haushofer, che profeticamente – era il 1968 – ne “La parete” immagina che un giorno, in una sorta di ribellione, di rivolta delle cose, una parete, invisibile ma tangibile e impenetrabile escluda un luogo da tutto il resto del mondo, isolando per sempre l’unica – forse - abitante di quel naufragio orchestrato dalla natura e dalle cose in un limpido scenario di montagna e ne figura i giorni a seguire: “Non mi stupisco più di nulla. Forse la parete non era che l’ultimo e disperato tentativo di un essere torturato che doveva evadere; evadere o impazzire.”

Cosa faremmo noi tutti se “la notte” si ribellasse e volesse riprendersi i suoi spazi e oltre, se la parete del silenzio ci mettesse di fronte a noi stessi nudi, al nostro essere disarmati e ostaggio della tecnologia che abbiamo creato, diventandone vittime, se non sappiamo dominarla, se non la conosciamo davvero?

E con questo non auspico certo il ritorno nell’oscurità delle caverne. Mi auguro invece il contrario.

Rivoglio la mia notte. E di giorno voglio vedere le cose, tutte, e guardare bene dentro le cose, conoscerle per servirmene. So che altrimenti accadrà quanto è già stato scritto: se ci sarà, la Quarta guerra mondiale sarà combattuta con pietre e bastoni. E, a guardar bene, oggi sappiamo anche quali sono le armi con cui si combatterà la Terza, se ci sarà. Tocca evitarla, o quel brivido del black out che mi piaceva da bambina, che amavo perché poco durava, questa volta non sarà più un gioco da ragazzi. Perché, tornando per un istante a Delillo, “la vita a volte può diventare così interessante che ci dimentichiamo di averne paura”.

Le opere:

Quadrato nero di Kazimir Malevič 1915

Grande Cretto di Alberto Burri 1984-1989

De America di Emilio vedova, 1979

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Sono Michele Laurelli, fondatore di Algoretico. Quello che hai letto è solo una piccola parte di ciò che facciamo. Curioso di scoprire di più?

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