BORN TO BE REMBRANDT

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BORN TO BE REMBRANDT

Arianna Bonino

Pubblicato il 4 Jul 2021

A differenza di quanto fecero moltissimi altri artisti che hanno espresso il proprio talento dipingendo, Rembrandt non lasciò scritti in cui indagava e rivelava la sua poetica e la sua visione. Nessun diario, nessun saggio. Rimane qualche traccia di lui nella corrispondenza. E questo non è né un bene né un male, semplicemente delega del tutto a chi guarda i suoi dipinti il compito di cogliere la cifra, la direzione che riveli una visione. Rembrandt scrisse una sola volta in merito. E si limitò ad un laconico messaggio in una lettera ad un committente.
La frase è questa: “die meeste ende di naetuereelste beweechgelickheijt”. Ora, ho già chiarito in questa occasione che affidarsi a Google Translate equivale a farsi il segno della croce e sperare che non venga fuori uno di quei qui pro quo che talvolta hanno cambiato il corso della storia.

Si tratta oltretutto di un’espressione in frisone occidentale, il che complica le cose. Mi sono appellata ad amici che frequentano la lingua tedesca con indiscutibili competenze, oltre che profonda sensibilità, e la conclusione è che quella frase può essere ragionevolmente tradotta così: “ [lo scopo che ho nel dipingere è raggiungere] il movimento più grande e naturale”, come dire “la massima capacità di movimento nel modo più naturale possibile”.

Questa poetica rimane peraltro enigmatica, dato che la parola tradotta qui con “movimento” può anche tradursi secondo alcuni come “emozione”, quindi forse un “sommovimento”.
Bisogna farsene una ragione e farsi bastare, a quanto pare, l’opera pittorica…

Nonostante questa riflessione non voglia essere un excursus dedicato allo splendore di Rembrandt, il che - oltre a non essere il tema- è evidentemente superfluo, è necessario ricordare qualcosa di importante.
Rembrandt riuscì come pochi altri (forse nessun altro) a fare qualcosa di incredibile: i suoi ritratti non sono solamente splendide opere che rivelano una padronanza straordinaria delle tecniche pittoriche. Rembrandt perseguì per tutta la vita uno scopo, ritraendo e ritraendosi (quasi la stessa cosa, in fondo): cogliere l’istante nella solennità che ogni istante ha in sé. E non una solennità, un’immortalità di dorature, di arredi, di contorni, ma quella della carne, dell’umido degli occhi, del folto della peluria, della nodosità di una mano. Lo sguardo che si incrocia sulle tele dipinte da Rembrandt è il suo, ma è anche quello di chi guarda. La teoria dei suoi ritratti e autoritratti è una parabola che restituisce il suo movimento interiore, che non è un fatto di inquietudine. L’inquietudine è forse quella che coglie chi di fronte a Rembrandt si ferma –per forza- perché si vede lì: il ritratto di un uomo che è il ritratto di ogni uomo.

Ma Rembrandt non è da subito quello che dipinge l’odore delle sottogonne e le pieghe della pelle invisibili agli occhi, come ci faceva notare Jean Genet, che in uno dei due saggi a lui dedicati scrisse: “Un quadro di Rembrandt non solo arresta il tempo che faceva defluire il soggetto nel futuro, ma fa sì che esso riattinga le epoche più remote. Con questa operazione Rembrandt fa appello alla solennità e scopre come mai, in ogni istante, ogni evento è solenne: è la sua solitudine a indicarglielo.”

Rembrandt compie una parabola che trova nella lunga teoria di ritratti e dipinti un nastro di specchi che riflette il cambiare nel percorrere il tempo e gli eventi: fu forse la morte della sua Saskia o le vicissitudini di un’esistenza a creare un primo Rembrandt, che si riflette nell’oro e nelle piume sui cappelli e in vanitose fastosità, e poi un secondo Rembrandt, che con i baffi selvatici, la carne pesante e lo sguardo vacuo trova un altro sé, il definitivo sé, vero.
Questa traiettoria si può tracciare in due autoritratti che contengono tutto Rembrandt: quello che dipinge a trentasei anni, fatto di baldanza, dorature, nitidezza e l’ultimo, poco prima di morire: aveva sessantatré anni.

Tra questi due estremi, ci sono tutti i volti che ha dipinto: le sue opere sono la storia di lui in cambiamento. Un lungo autoritratto in divenire, fino al fotogramma finale, così potentemente insuperabile nella chiarità di quella luce e di quel viso vero, bastante, definitivo.
Non sono pose, sono istanti. Ciò che nei suoi ritratti rimane immortale è l’infusione di un attimo, colto, più che dipinto. Si proietta sulla tela. Rembrandt ha dipinto l’uomo. E, sempre Genet nota che in Rembrandt “ogni uomo non solo è simile a qualunque altro, ma ogni uomo è tutti gli altri uomini”.

Ed è forse proprio questo corredo genetico comune e identitario di ogni opera di Rembrandt - che la rende immediatamente riconoscibile e distintiva, oltre che potentemente umana - che ha spinto la ING ad osare un’operazione a partire da una domanda semplice quanto radicale:
Il grande maestro si può riportare in vita dopo quattrocento anni per realizzare un nuovo dipinto?

Ma andiamo con ordine.

ING è una delle istituzioni finanziarie più innovative al mondo. Il progetto che hanno sostenuto in collaborazione con Microsoft e partners quali la Deft University of Technology, Mauritshuis e il Museum Het Rembrandthuis ha reso disponibili e applicato all’arte i più avanzati sistemi di Intelligenza Artificiale realizzando quello che è stato denominato “ The Next Rembrandt”.
Un lavoro enorme che si può sintetizzare in quattro fasi:

1. La raccolta dati

Il DNA artistico di Rembrandt è stato “distillato” esaminando l’intera collezione delle sue opere, dipinto per dipinto, pixel per pixel. Sono stati messi all’opera algoritmi di deep learning per scandagliare scansioni 3D ad alta risoluzione e file digitali, ottenendo massimizzazione assoluta, risoluzione altissima e ineguagliabile qualità. Il database così ottenuto ha fornito la sostanza di base per la creazione di “The Next Rembrandt”.

2. L’identikit

Considerando la grande vastità di opere di Rembrandt, per individuare i tratti di “The Next Rembrandt” il focus è stato posto sulle opere di un determinato periodo significativo, quello tra il 1632 e il 1642. E’ seguita la segmentazione demografica dei soggetti ritratti nelle opere di questo periodo artistico individuando gli elementi ricorrenti nel campione prescelto: genere, età, inclinazione del capo, fino alla distribuzione e foltezza dei peli dipinti sul volto. Da quest’enorme e capillare lavoro di studio è emerso l’identikit del volto dei volti, la summa, l’essenza di Rembrandt: un ritratto di un maschio caucasico, barbuto, tra i trenta e i quarant’anni, vestito di nero, con cappello e colletto bianco e con postura rivolta a destra.

3. La creazione dei tratti “alla Rembrandt”

Rembrandt, il maestro di luce ed ombra: come riuscire a giocare con le luci in quel modo unico e straordinario che conosceva solo lui? Ben Haanstra, sviluppatore del progetto, ha evidenziato il punto cruciale di questa delicatissima fase: “Quando vuoi realizzare un nuovo dipinto hai un’idea di come apparirà. Ma nel nostro caso siamo partiti praticamente dal nulla: abbiamo dovuto creare un intero dipinto utilizzando solo i dati dei dipinti di Rembrandt".
La soluzione è arrivata grazie alla creazione di un sistema software in grado di comprendere l’applicazione della geometria, della composizione pittorica e dell’uso dei materiali propri di Rembrandt. Un algoritmo di riconoscimento facciale ha imparato la geometria di Rembrandt, grazie allo studio dei suoi dipinti, in modo da saper riprodurre questa sua capacità nel dipingere i volti. E un secondo algoritmo ha preso le misure: ogni elemento del viso, le distanze tra gli occhi di tutti i volti dipinti da Rembrandt, l’altezza delle orecchie, la struttura dei visi, per giungere infine con un calcolo statistico a trovare le percentuali ideali.

4. Il soffio vitale

Mancava ancora una dimensione, la terza.
I dipinti infatti sono tridimensionali, fatti di strati di colore, di micro-rilievi, di graffiature, di addensamenti, di pennellate. Un dipinto non è una mappa, ma un territorio. La scansione in 3D dei dipinti di Rembrandt ha permesso di analizzare il “paesaggio” creato da ogni sua singola pennellata.

Dall’analisi accurata del territorio, due algoritmi hanno creato la mappa tridimensionale. Ed ecco, il momento della nascita: una stampante 3D in grado di rilasciare strati di inchiostro nella quantità individuata dalla mappa tridimensionale: tredici strati di inchiostro, uno sopra l’altro stampati per ricreare la consistenza pittorica fedele allo stile di Rembrandt.

“The Next Rembrandt” non è opera del grande maestro, non nasce dalle sue mani. Ma da lui proviene, da lui deriva, lo porta con sé.
E’ la sua essenza. Senza di lui non sarebbe mai esistita.
Quel “dipinto” fa qualcosa di determinante: ci pone degli interrogativi. Ci interroga a partire da come è fatto o, in altre parole, a partire dal suo dispositivo formale.

E per questo motivo non si può non riconoscere che si tratta di arte. Perché questo è il compito dell’arte: non fornire risposte, non rassicurare nessuno, non gratificare o appagare i sensi, ma interrogarci.
Senza pensare al perito che, ignaro dell’algoritmica genesi dell’opera in questione, si trovasse a doverne fare l’expertise. A chi dovrebbe attribuirla, se non al grande maestro?
Mi rendo conto che sono più le domande che le risposte, il che, a ben vedere, è proprio il senso dell’AI.
E, come si sa, buon sangue non mente: “The Next Rembrandt” di domande ne pone, eccome se ne pone. Anche se non parla.
Basta guardarlo in faccia.

Sono felice di vederti qui!

Sono Michele Laurelli, fondatore di Algoretico. Quello che hai letto è solo una piccola parte di ciò che facciamo. Curioso di scoprire di più?

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