L’algoritmo del sifone

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L’algoritmo del sifone

Nane Cantatore

Pubblicato il 4 Jun 2021

Una delle poche cose su cui tutti concordano è che gli algoritmi hanno un’importanza fondamentale nel mondo in cui viviamo, anche se non tutti sono in grado di dire cosa siano. Stiamo assistendo, anche in questo caso, a un fenomeno tipico dell’evoluzione tecnologica: il sapere tecnico, che necessariamente ha degli elementi specialistici, viene inteso come qualcosa di inaccessibile ai non iniziati. Il linguaggio specialistico, in questo, ha la sua parte; anzi, possiamo dire che qui operi spesso un meccanismo abbastanza perverso. I termini specialistici soddisfano infatti un’esigenza di precisione, che rende inevitabilmente il vocabolario di un biologo diverso da quello di un falegname. Il problema è che spesso diventano degli idioletti, gerghi comprensibili sono agli addetti ai lavori, che spesso li usano per escludere gli estranei.

Di conseguenza, invece di fare la poca fatica necessaria a capire concetti e parole chiave, si preferisce assumere un atteggiamento di sospettosa rassegnazione. Si tratta di una classica posizione subalterna, che per pigrizia accetta di non conoscere, e quindi non controllare, ciò che pure influenza le nostre vite, se non le determina. Per questo, conoscere almeno i concetti base è fondamentale: soltanto a queste condizioni potremmo davvero essere in grado di formarci un’opinione degna di questo nome e dire la nostra. L’alternativa è quella di avere, al massimo, una vaga idea basata sul sentito dire e condividerla sui social con stolta fierezza, magari senza nemmeno sapere che i canali su cui ci siamo creduti di informare ci vengono proposti da specifici algoritmi e che i nostri commenti vengono usati dagli stessi algoritmi.

Ho iniziato quest’articolo con una banalità: che gli algoritmi sono fondamentali nel mondo in cui viviamo. Come ogni banalità, è senz’altro vera, ma in un senso più profondo di quanto non appaia immediatamente. Infatti, gli algoritmi organizzano il nostro mondo da molto prima che si parlasse di AI, sistemi esperti, informatica o cibernetica. A rigore, un algoritmo è “una sequenza ordinata e finita di passi (operazioni o istruzioni) elementari che conduce a un ben determinato risultato in un tempo finito”. Ciò significa che ogni forma di programmazione produce algoritmi, non solo quella informatica; anzi, che ogni meccanismo che consta di varie parti che si muovono in sequenza può essere formalizzato solo algoritmicamente.

Facciamo un esempio, prendendo un apparato a cui forse non si penserebbe in questo contesto: il sifone del WC. Si tratta di una cassetta d’acqua con una valvola che viene aperta da un meccanismo esterno, provocandone il rapido svuotamento. Questo è l’input iniziale: a partire da questo stato, il rilascio del meccanismo di apertura provoca la chiusura della valvola, in genere per la caduta del pistone che era stato sollevato con l’apertura. A questo punto, si apre un rubinetto, controllato da una sonda galleggiante che sale con il livello dell’acqua, fino a che il braccio che la regge non raggiunge una posizione di blocco e chiude il rubinetto. Abbiamo così un input iniziale (l’apertura della valvola) che innesca una serie di passaggi il cui flusso di dati viene misurato da un sistema di controllo (il galleggiante) fino a raggiungere un output predefinito (il riempimento della cassetta) che arresta il flusso (termine che, in questo caso, sembra particolarmente corretto).

Alla base di questo processo c’è un’operazione analitica, che consiste nella suddivisione del compito principale in una serie di passaggi intermedi, a ognuno dei quali corrisponde una specifica operazione. Questa prassi è alla base anche del principio del Kaizen, che non è una pratica meditativa ma un metodo di organizzazione del lavoro. Si tratta, appunto, di suddividere un processo complesso in una serie di passaggi sempre più semplici, per trasformarli in istruzioni ottimizzate al fine di ottenere il risultato migliore con il minimo sforzo. La codificazione di queste istruzioni dà luogo a un algoritmo, che a questo punto è sufficientemente strutturato e formalizzato da essere eseguibile da chiunque sia in grado di svolgere i singoli passaggi.

A rendere possibile l’algoritmo è dunque una prassi che nasce da una concezione teorica non scontata, quella che sia possibile una descrizione oggettiva e standard dei fenomeni, indipendente da chi vi accede. Anzi, l’elemento chiave di tutto questo è che non vi sia nemmeno bisogno di capire le istruzioni: il sifone esegue alla perfezione la sua sequenza anche se è dubitabile che ne abbia contezza. Lo stesso si potrebbe dire di molti utenti dei social che si comportano in modo perfettamente corrispondente agli algoritmi che li mappano, per quanto tale paragone possa essere offensivo (soprattutto per i sifoni).

Da qui arriviamo alla questione davvero importante. Infatti, abbiamo visto che la sequenza algoritmica è misurata secondo due parametri: il numero di operazioni elementari da cui è composto e la quantità di tempo necessaria a eseguirla. Risulta chiaro che una macchina con elevata potenza di calcolo è in grado di eseguire un numero molto grande di operazioni in un tempo molto ridotto, il che rende praticabili sequenze di grande complessità. Inoltre, una macchina sufficientemente complessa è in grado di controllare ogni esecuzione di ogni sequenza e di valutarne l’efficacia in base all’output prodotto, introducendo varianti che modificano l’algoritmo.

Ora, la questione importante, e radicalmente nuova, è questa: posto che la capacità di analizzare un problema e individuare la soluzione più efficace è una definizione comunemente accettata di intelligenza, a che punto possiamo dire che queste operazioni ne soddisfano i requisiti? E, più ancora: se un algoritmo non richiede coscienza né consapevolezza per essere eseguito, cosa succede al nostro concetto di intelligenza?

Ne parleremo la prossima volta.

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Sono Michele Laurelli, fondatore di Algoretico. Quello che hai letto è solo una piccola parte di ciò che facciamo. Curioso di scoprire di più?

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