A CHE VOLO VOLIAMO

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A CHE VOLO VOLIAMO

Arianna Bonino

Pubblicato il 9 Sep 2021

Facciamo un gioco: chiudete gli occhi e pensate a tutte le volte in cui sperando di evitare il peggio, vi siete mossi con troppa o troppo poca energia e quel vaso pericolante è caduto proprio in seguito alla spinta che gli avete dato con tutt’altra intenzione. Oppure a quando quel piccolo gesto per perfezionare la ricetta, quell’impulso a dare un’ultima macinata, ha trasformato la cacio e pepe di tutta una vita in un disastro tale da dover lasciar perdere tutto e buttarsi nel primo take-away-all-you-can-eat-fast-and-furious-food-and-drugstore aperto. E sappiamo che ciò è cosa né buona né giusta.

È il famoso senso della misura, direte. I riflessi, la capacità di intervenire con la mossa giusta nel momento giusto e nel posto giusto. Senza esagerare, senza farsi prendere la mano.

Ma, come si sa, del senno di poi son piene le fosse e a cose fatte siamo tutti incredibilmente saccenti nell’impartire al malcapitato artefice del disastro la lezione di fisica meccanica - quantistica o meno che sia - che, se solo non avesse ignorato, avrebbe permesso di salvare la cristalleria di famiglia, tramandata per generazioni, o di fare una figura da chef e non da cioccolataio.

Questione di dettagli.

Ormai è chiaro che questa è l’apologia dello sbagliatore seriale, a cui appartengo in modo inequivocabile, senza nemmeno che si richieda il test del DNA: mi si vede lontano un miglio.

Perdonabile o meno che sia la scia di cristallifere infrazioni che mi lascio alle spalle, è chiaro che c’è un punto di partenza di tutto il discorso e precisamente è questo: ignoro totalmente il grosso di ciò che mi circonda, totalmente. Utilizzo ogni giorno dal più semplice manufatto ai più complessi dispositivi elettronici senza saperne nulla. O meglio, anche se di qualcosa qualcosa so, non mi soffermo a immaginare tutte le possibili conseguenze e il potenziale di detonazione di ogni oggetto (fisico o meno) che mi circonda.
E no, prometto: non voglio ricominciare con la tiritera dello spaccare il capello in quattro (anche se…).

Pertanto, torniamo indietro e non di poco, e cerchiamo una buona volta di non andare fuori tema, Arianna. Ecco, partiamo da Arianna, quella che i problemi li risolveva, più che crearli. Ma se vogliamo parlare di Arianna, dobbiamo fare un paio di passi ancora indietro, perché la mitica fanciulla dovette escogitare una soluzione per salvare il suo amato Teseo. E lasciamo perdere la trama amorosa che, tanto per cambiare, vide il giovanotto dileguarsi, ingrato e con una nonchalance di discutibilissimo gusto, dopo quella notte (che, NdA, nemmeno fu d’ardente passione, tanto che la giovinetta si addormentò esausta, ma non per via delle amorose fatiche).


Ma cosa ci faceva Arianna fuori dal labirinto, a parte farsi prendere dal torpore e cadere in un sonno profondo, tanto da non accorgersi che nel frattempo l’oggetto del suo desiderio l’aveva appunto piantata in Nasso?
Naturalmente era lì in attesa di riabbracciarlo, lui che decise di affrontare il mostruoso ospite custodito nel dedalo. Ed eccoci al punto: Dedalo: perché fu lui a mettere nelle mani di Arianna quella cruciale matassa risolutiva. E non poteva che andare così, datosi che lui solo avrebbe potuto trovare la soluzione, la chiave per poter penetrare nel labirinto, ma soprattutto per uscirne - quando ad uscirne indenni, questa è un’altra cosa -, essendo proprio lui l’artefice dell’intricatissimo congegno.
E qui tocca fare un altro passo indietro, alla ricerca del bandolo della matassa: Dedalo, ingegnosissimo creatore di intelligenze artificiali ante litteram o in litteram (ce ne sono da sempre, da millenni, di AI e algoritmi sparsi per il mondo infero e supero, umano, divino e semidivino), non solo fu tra i primi a dar vita alle sue statue, quasi fossero automi o forse addirittura robot, se non addirittura umanoidi che, secondo la leggenda, emettevano appunto svariate umidità corporee, ma Dedalo rimane indissolubilmente legato – perché sempre di non perdere il filo si tratta, come vedo - alla sua architettonica costruzione, il labirinto di Creta, che, come ogni labirinto che si rispetti, era più complicato di un disegno di Escher e percorribile con una certa disinvoltura solo da chi ne conoscesse fin nei minimi dettagli le intricate combinazioni, solo da chi sapesse dominarne i segreti più reconditi, e cioè solo da Dedalo stesso o con il suo aiuto. Lui sì che sapeva come muoversi nella sua creazione, perché non solo la conosceva alla perfezione, avendola lui concepita e costruita, ma anche sapendola dominare.
Che Dedalo fosse uno in grado di muoversi senza fare troppi danni – a differenza di quanto spesso accade a chi non è padrone delle svariate leggi che governano il mondo, anche quello artificiale - è certificato senza possibilità di eccezione dall’episodio del volo, che è poi il famoso inizio del mio pezzo, anche se ancora non ne ho scritto. Perché il punto è che, per ragioni sentimentali e di vendetta sulle quali è bene che qui anche noi sorvoliamo, finì che Dedalo fu rinchiuso nel suo stesso labirinto e, come se ciò non bastasse, in compagnia del figlio Icaro. Come evadere dalla prigione che lui stesso aveva escogitato?

Forse Dedalo aveva letto almeno la prima parte del curioso romanzo di Queneau “Le Vol d’Icare”, dove l’omonimo protagonista riesce ad evadere addirittura dallo stesso manoscritto di cui è protagonista (manoscritto da non confondere con quello di Queneau, attenzione), salvo poi ricadervi planando tra le righe del romanzo (che è sempre quello del narratore di cui parla Queneau, non quello che terrete tra le mani se leggerete la sua opera, attenzione), in sella ad un aquilone e che vede allora pronunciare al narratore narrato da Queneau la lapidaria frase “Tutto è andato come previsto, il mio romanzo è concluso”. (qui la versione originale – edizione Gallimard- della curiosa opera di Raymond Queneau)

Ecco allora che, ispirandosi in qualche modo all’idea di spiccare il volo, a Dedalo venne in mente di costruire per lui e per il figlio, le famose ali con cui si spinsero in alto, riuscendo a lasciarsi alle spalle la cervellotica costruzione tanto efficace. Ma c’è sempre un pericolo in agguato in tutte le storie, figuriamoci se può mancare nei miti - che a qualcosa dovranno pur servire, appunto - e in questo caso non si tratta di un mostro, ma di una mostruosa leggerezza, quella di Icaro che, ignorando le leggi della fisica e il buon senso, nonostante gli ammonimenti del padre, si spinse oltre il noto e il controllabile, con le drammatiche conseguenze che conosciamo, che, oltretutto, liberate dai connotati tragici che per forza si portano dietro, altro non sono se non l’aver perso il controllo della propria creazione e diventarne vittima. Ma un destino diverso invece spetta a Dedalo, che padroneggiando il volo, conoscendone le leggi e avendo il senso della misura, riesce a fuggire, ma anche a salvarsi. E piangendo la morte del figlio, maledice il suo talento, la sua arte, per aver causato quella perdita così dolorosa, salvo poi ricomporsi e offrire quell’arte stessa addirittura agli dei…


Vedo che anche questa volta sono partita da un punto che non era l’inizio, che ormai si è rassegnato a comparire a metà strada delle mie peregrinazioni verbali, ma che rimane pur sempre l’inizio. Che poi è anche il punto di contatto con la morale della storia, assente come sempre e che come sempre si fa soffiare il posto da uno di quei sibillini interrogativi che mi frullano per la testa: chi è in grado di generare un’intelligenza artificiale, è in grado anche di governarla, di prevedere come fare, considerando che questa a un certo punto sembra proprio che possa prendere il via e scappare di mano a chi l’ha creata?

Ogni Intelligenza artificiale e, di più, ogni innovazione tecnologica, è un labirinto e tutti sappiamo che ogni labirinto è custode di un mostro, ben nascosto, forse, ma anche ben presente. Chi costruisce geniali labirinti, se non vuole diventarne preda, non può ignorarne le regole e soprattutto deve tener conto di quel Minotauro, che sfaccettandosi a sua volta in una miriade di specchi, se vogliamo vederla come il caro Dürrenmatt, si moltiplica espandendosi come un frattale e costruendo un esercito di mostri che forse si ribellano contro il loro stesso padrone, non riconoscendo più nemmeno se stessi, perdendo il bandolo della mitica matassa… o forse invece non sono poi così mostruosi da non sapere, a loro volta, inventare una nuova storia, perché sono certa che ne hanno, e anche tante, da raccontare. E infatti il Minotauro è sempre innocente e quello di Dürrenmatt: “danzò la danza della fratellanza, la danza dell’amicizia, la danza della sicurezza, la danza dell’amore, la danza della vicinanza, la danza del calore. Danzò la sua felicità, danzò la sua dualità, danzò la sua liberazione”.

(https://www.diogenes.ch/leser/titel/friedrich-duerrenmatt/minotaurus-9783257016765.html)

E quindi è chiaro che, a non saper bene come muoversi in casa propria, si rischia di perdersi e di far danni irreparabili.

E non c’è sempre un’Arianna pronta a tirarvi fuori dai guai. L’ha già fatto una volta e sappiamo come sia andata. S’è fatta il suo pianto, ma mi pare di ricordare che, a sua volta, sia arrivato qualcuno ad asciugarle le lacrime. Perché non si può piangere per sempre.

Se mi fermo e faccio silenzio mi sembra proprio di sentirla, che è ancora lì che se la ride.

Allora, lo facciamo questo gioco?

(Le opere pittoriche sono di Osvaldo Licini)

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Sono Michele Laurelli, fondatore di Algoretico. Quello che hai letto è solo una piccola parte di ciò che facciamo. Curioso di scoprire di più?

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